
Il volto e la città
18 Agosto 2026di Pierluigi Piccini
Nel pavimento del Duomo, in una delle tarsie che si calpestano senza guardarle, c’è una donna in equilibrio impossibile: un piede su una sfera che rotola, l’altro su una barca dall’albero spezzato, la vela stretta in mano come si stringe ciò che non si governa. Ha portato a riva, dopo la tempesta, alcuni saggi, che ora salgono un sentiero irto verso la Sapienza seduta stabile in cima. È la Fortuna, e i senesi se la sono incisa sotto i piedi intorno al 1505 — mezzo secolo prima di perdere ogni cosa proprio alla fortuna. In quella lastra c’è già, per intero, la domanda che di lì a poco la città avrebbe dovuto affrontare non più in figura ma nella carne: che cosa può la ragione contro la sorte. La risposta che Siena ha dato a quella domanda non è un trattato. È una corsa.
Conviene dire subito ciò che di solito si tace, perché è la chiave di tutto. Nel 1555 Siena non perde soltanto l’indipendenza: perde l’apparato che la teneva viva, la politica estera, le milizie, il contado, il diritto di dichiarare guerra e di firmare la pace. Resta la città come guscio, con dentro un vuoto a forma di sovranità. E il Palio, quello vero, quello di cui parliamo quando diciamo Palio — le contrade, il Campo, i confini fissi, il rito due volte l’anno — prende la sua forma stabile non prima, ma dopo. Non nasce dalla disfatta: il correre a Siena è medievale, la più antica traccia è del Duecento. Ma dalla disfatta viene rovesciato. Perché la corsa medievale, quella «alla lunga» che partiva da fuori le mura e arrivava di gran carriera davanti alla cattedrale, era il coronamento di un rito di dominio: si dava il via dopo che le terre e i castelli soggetti avevano portato i ceri alla Vergine, regina della città sovrana. La corsa celebrava un potere reale, la signoria di Siena sul suo territorio. Tolto quel potere, il rito non svanisce: cambia direzione. Si volge in dentro.
E lo si vede accadere, quasi in diretta, nella scena da cui nasce la corsa nel Campo. Nel 1633 i signori italiani, per via della peste, non mandano più a Siena i loro cavalli per il tradizionale Palio dell’Assunta alla lunga; e allora la Balìa fa correre, al loro posto, le contrade, dentro la Piazza, sul cerchio chiuso del tufo. La causa contingente è un’epidemia; la struttura è un’altra, ed è esattamente quella che ci interessa. Quando il mondo smette di venire a Siena, Siena si dà una gara tutta interna in cui continuare a vincere qualcosa. Il fuori si ritira, il dentro lo sostituisce. Ciò che il 1555 aveva svuotato di sostanza, il 1633 lo riempie di forma dentro le mura. Da lì in avanti tutto si stabilizza per gradi — le due carriere annuali, il regolamento del primo Settecento, i confini delle contrade fissati nel 1729 con la cura con cui si traccia una frontiera. La città che non può più muovere un esercito né trattare con un principe si ricostruisce, pezzo per pezzo, una statualità in sedicesimo: la stessa grammatica del potere perduto, rimpicciolita fino a stare dentro una piazza.
L’arte lo dice ancora meglio della cronaca, perché lo dice senza volerlo. Le copertine dipinte dei libri contabili dello Stato — le tavolette di Biccherna — continuano a essere dipinte anche dopo la morte dello Stato, e l’ultima a ricordare la guerra immortala la resa di Montalcino del 1559: il volto dipinto di una repubblica che sopravvive alla repubblica, e che nell’ultima immagine registra la propria fine. Sulle pareti del Palazzo Pubblico resta la grammatica di quando si era sovrani: la Vergine che siede signora della città, il capitano solo sopra il contado soggetto, il governo che si dipinge capace di reggersi da sé. Nella scultura è lo stesso: le Virtù della Fonte Gaia poste al centro esatto del Campo, cioè nel terreno dove poi si correrà a rigiocare la sorte; la lupa di un’origine indipendente, Siena che si fa nascere seconda Roma, sovrana per nascita e non per concessione; e la stagione lignea di fiducia civile-sacra a cui appartiene un Valdambrino, tutta di qua dalla caduta. Poi, di contro, l’unico monumento che parla la lingua del vincitore: gli stemmi medicei e le teste di leone scolpiti sui bastioni della Fortezza, il sigillo del padrone inciso sul corpo della città vinta — quella fortezza che oggi ospita il vino, la musica, i concerti d’estate, riassorbita nella vita di chi doveva soggiogare. Non c’è immagine più esatta di ciò che Siena sa fare con le proprie sconfitte: abitarle fino a farne un palco.
Dentro lo stesso rito, però, convivono da sempre due modi di stare al mondo dopo una disfatta, e le parole con cui si dicono sono identiche. Uno tiene fede a una promessa e resta legato alla storia, in attesa di un ritorno nel mondo: è lo spirito del torna vincitore, che usa la ferita come spinta a rientrare nella partita. L’altro giudica il mondo perduto e si chiude in una superiorità interiore indifferente al fuori: si sente qualcosa invece di fare qualcosa. Cambia solo lo spirito, ma da quale prevale dipende la salute della città. E qui la questione smette di essere erudizione e diventa il presente.
Perché oggi lo spirito della separazione ha buon gioco, e ha un nome preciso: ripiegamento. Chiamarlo così, però, come si nomina una debolezza morale, non spiega niente. È una tecnologia, la più antica e collaudata che Siena possieda: mette accanto alla partita che ha perso — il ruolo, il modo in cui una piccola città contava per il mondo — una partita che può ancora vincere. Non puoi battere i mercati, la finanza, lo Stato che non difende; puoi vincere il Palio. Ed è per questo che funziona, ed è per questo che, funzionando, si traveste da grandezza. Ma esorcizzare non è elaborare. L’esorcismo non cura, espelle: fa cessare la presenza del male senza toccarne la causa. Il Palio sano teneva la ferita aperta apposta; il ripiegamento la chiude, e la chiude nel modo più insidioso — non negando la sconfitta, ma cancellandone il dolore. E una ferita che non senti più non la curerai mai.
C’è di più, ed è ciò che rende Siena, tra le città vinte, la più esposta a questo scivolamento. La sua superiorità interiore non fu mai solo fantasia: ebbe per secoli un bilancio. Una piccola città con una banca da capitale, un Monte che la esentava dal bisogno del mondo — nato anch’esso, va ricordato, dentro la sudditanza: a garantirlo fu il principe che aveva inghiottito la Repubblica, e a garanzia furono vincolate le rendite dei pascoli demaniali di Maremma, ciò che era stato bene comune dell’antica sovranità, ora nelle mani del granduca. L’autosufficienza del rito e quella del denaro erano la stessa struttura. Ora il denaro è appena crollato sotto gli occhi di tutti, e il rito continua identico, chiamato a fare da solo il lavoro che per quattro secoli aveva diviso col Monte: a digerire, sopra la fine della Repubblica, anche la fine della banca. È una cerimonia sotto uno sforzo che non regge, e che quasi inevitabilmente tracima nell’anestetico puro. Quando alla perdita di una sostanza si risponde che il nome, comunque, sarà preservato, e si aggiunge la retorica dell’anima e dell’integrità, l’esorcismo è compiuto: il nome resta, la sostanza è migrata altrove, il rito è intatto.
Qui un’obiezione va sollevata prima che la sollevi un altro. Se la forma del Palio si fissa tra Sei e Settecento, e il suo racconto come memoria della libertà perduta è addirittura tardo-ottocentesco, come la si lega a una caduta del 1555? La risposta è che non la si lega: la si segue. Il 1555 non produce il Palio come una causa produce un effetto; apre un lungo declino, e dentro quel declino la corsa prende lentamente la forma che ha. Le cacce che tramontano, i palii rionali, la corsa che entra nel Campo, il tracciato che da linea si fa cerchio, i signori esterni che cedono il posto alle contrade: ogni passo ebbe la sua ragione contingente — una peste, una lite, una devozione — e nessuno, compiendolo, pensava al 1555. Ma tutti i passi vanno nello stesso verso, e spostano la contesa dal fuori al dentro. Cause spicciole, direzione unica: non un’intenzione, una pendenza. Chiuso il campo dell’azione verso il mondo, l’energia defluisce nell’unico campo rimasto. E l’Ottocento, allora, non inventa il legame: gli dà un nome tardivo. Trova le parole, e il costume del Corteo, per ciò che la forma faceva in silenzio da tre secoli. Chi vide nel Palio la persistenza di una città vinta non proiettava un senso su un rito vuoto: leggeva, in ritardo e in lingua moderna, un testo già scritto nel cerchio chiuso della piazza. Non semplice declino, dunque, ma declino del fuori e costruzione del dentro — lo stesso movimento visto dai due lati.
E se quel significato è un nome che la città si è dato, allora è un nome che può darsi diverso. Lo stesso rito contiene entrambi gli spiriti, e quale dei due il nome serva non è scritto in nessun luogo. Perciò il Palio, alla fine, non risponde alla domanda: la pone. Mette un cavallo muto in mano a una città e la guarda scegliere — se la parola che le resta servirà a rigiocare la partita col mondo o solo a raccontarsi che la partita non le interessa più. La sorte grande è persa dal 1555, e per sempre. Ma la piccola, quella che ti tocca due volte l’anno, la si cavalca ogni volta da capo. Il ripiegamento comincia nell’istante esatto in cui la città smette di sentire tutto questo come una domanda e lo tratta come una risposta già data, cioè come una consolazione. Il compito, l’unico, è tenerlo domanda. I saggi incisi nel pavimento salgono ancora; la città aveva scolpito quella salita prima di sapere che le sarebbe servita.





