
Per chi
6 Settembre 2026
Delfin più vicina a Intesa: la scelta della monetizzazione ordinata
7 Settembre 2026
di Pierluigi Piccini
La cifra che rende tutto diverso è quel 44 per cento. Non è un exploit, è un ribaltamento della struttura: per la prima volta un partito collocato oltre la destra di governo non arriva primo di misura in un Land dell’Est, ma stacca tutti in modo tale da rendere aritmeticamente grottesca la propria esclusione. La CDU dimezzata al 18,5 è l’altra faccia della stessa medaglia — il centro che si svuota non a favore della socialdemocrazia o dei liberali, ma verso l’unico soggetto che ha saputo trasformare il risentimento in identità.
Qui sta il paradosso che Merz non può sciogliere. Il cordone sanitario — la Brandmauer — funziona finché il partito da isolare resta minoritario: puoi escludere il venti per cento, molto più difficile spiegare democraticamente perché il primo partito con quasi metà dei voti debba restare fuori da ogni ipotesi di governo. Ogni coalizione che la CDU costruirà per tenere fuori l’AfD — e l’apertura a Sinistra e Verdi di cui parla l’europarlamentare democristiano lo dice chiaramente — sarà letta dall’elettore come la conferma esatta della narrazione avversaria: che esiste un potere che congiura contro la volontà popolare. Il muro tiene lontano il nemico e insieme lo nutre. È la trappola in cui la strategia difensiva si trasforma in benzina.
La distinzione che conta davvero va tenuta ferma contro la tentazione di appiattire tutto sotto la parola “populismo”. Con i populisti si convive, si negozia, alla lunga si logorano al governo. Ma quando il programma mette al centro la remigrazione, le guardie di volontari, lo ius sanguinis, le classi separate — allora la soglia superata non è quantitativa ma qualitativa. Non è più una domanda di redistribuzione mal formulata: è un’idea di comunità nazionale fondata sul sangue e sull’espulsione. La differenza fra il gestibile e l’inaccettabile passa esattamente lì.
E poi c’è la frattura italiana, che questo voto illumina meglio di mille congressi. Salvini che chiama Weidel e festeggia, Meloni e Tajani che tacciono o si allarmano: non è tattica, è geologia. Meloni ha costruito la propria legittimazione europea sulla figura del nazionalista rispettabile, atlantico, dentro il perimetro di Bruxelles; l’AfD è precisamente ciò da cui deve smarcarsi per non perdere quella patente. Salvini, che quella patente non ce l’ha, non ha nulla da perdere ad abbracciare Magdeburgo. La destra italiana si spacca sulla stessa linea su cui si spacca la destra europea: chi vuole erodere l’ordine da dentro e chi lo vuole abbattere da fuori.





