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12 Settembre 2026di pierluigi piccini
Il 10 settembre l’assemblea straordinaria di Intesa ha approvato, con un plebiscito che sfiora l’unanimità, la delega ad aumentare il capitale a servizio dell’Opas su Monte dei Paschi. Sarebbe un errore leggerlo come un episodio minore. Quel voto azzera il rischio di esecuzione interno all’offerta: la componente in carta è ora autorizzata, la vigilanza ha già ammesso quelle azioni nel patrimonio, la delega corre fino al 2027. Ciò che prima era, almeno sulla carta, un ostacolo, oggi non lo è più. E il baricentro della partita si è spostato da Torino a Siena.
Il prossimo casello è l’assemblea del Monte del 29 ottobre. Lì, per superare i vincoli della passivity rule, Lovaglio deve ottenere i due terzi dei voti espressi sulla propria controffensiva: le offerte su Banco Bpm e Banca Generali, l’extradividendo, il disegno su Mediobanca. E i soci chiamati a decidere a Siena sono in larga parte gli stessi che hanno votato a Torino. È il tratto più delicato dell’intera vicenda: i grandi fondi passivi siedono ai due lati del tavolo. BlackRock possiede circa il cinque per cento sia di Intesa sia di Mps; posizioni analoghe hanno Vanguard e il fondo sovrano norvegese. Gli stessi proprietari, di fatto, arbitrano uno scontro fra due cose che possiedono entrambe.
Da qui la tentazione di concludere che, avendo sostenuto Intesa, quei fondi voteranno per forza contro il Monte. La direzione è probabile; la necessità no. Il sì di settembre autorizzava un’emissione di azioni, non dichiarava una preferenza fra i due piani, né impegnava alcuno a portare i titoli in adesione. E quei fondi non ragionano da proprietari con una volontà: sono indici che in assemblea seguono le raccomandazioni dei consulenti di voto. La rotta del 29 ottobre la traccerà quel giudizio, emesso sul pacchetto senese e non su una fedeltà a Ca’ de Sass. Con un dettaglio che pesa: chi vuole negare i due terzi non ottiene nulla restando a casa, deve essere in sala e votare no. È per questo che l’affluenza di settembre viene letta come indicatore anticipato.
Ma i veri arbitri sono altrove. Crédit Agricole, primo socio di Banco Bpm, ha un potere di veto sulla prima gamba dell’operazione; Generali sulla seconda; il Tesoro conserva il suo pacchetto e ad aprile scelse di astenersi; il consiglio del Monte si è già mostrato diviso. A questo si aggiunge il tempo: l’Opas di Intesa viaggia con oltre novanta giorni di vantaggio, mentre la controffensiva ne chiederebbe quasi cinque mesi, un’asimmetria di calendario che nessun voto colma. Il blocco dei fondi può concorrere a mancare il quorum rafforzato, non possiede da solo la chiave. Chi cerca la sorpresa deve guardare lì, e alle mosse degli advisor, non all’esito ormai scritto dell’aumento.
Resta la considerazione che tutto attraversa. Il soggetto capace di decidere il destino del Monte è una proprietà senza intenzione: un capitale che non vuole nulla di specifico su Siena, che delega la propria voce a un consulente, e che si ritrova a governare una contesa fra due partecipazioni proprie. Il voto favorevole non è una scelta di campo: è la forma procedurale che ha preso l’assenza di una scelta. E il futuro di Rocca Salimbeni, che per due secoli è stato questione di territorio e di volontà politica, passa oggi per un automatismo che di Siena non sa, e non deve sapere, nulla.





