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La rannata
11 Settembre 2026di pierluigi piccini
La storia italiana qui serve come prova, non come rimpianto. Per un lungo tratto del Novecento lo Stato non si limitò a redistribuire i frutti: entrò nel nocciolo produttivo — acciaio, energia, meccanica, cantieri, e le grandi banche. Da lì veniva la forza redistributiva vera, non dalla sola spesa sociale: chi possiede una parte della fabbrica decide dove va l’investimento, e quindi per chi cresce la ricchezza. Va detto per una ragione sola: dimostra che entrare nell’accumulazione non è utopia. È già accaduto, ha industrializzato il Paese. Chi ripete “non c’è alternativa” mente sapendo di mentire.
Ma guai a volere indietro quella macchina. Era verticale, statalista, spartita dai partiti come un feudo, e ritagliata su un mondo che non c’è più: l’industria nazionale dentro confini nazionali. Oggi il capitale è transnazionale, finanziario, digitale; un carrozzone di Stato in un solo Paese non gli fa il solletico. Il punto non è resuscitare l’IRI, è capire perché la leva ci è sfuggita di mano.
E qui il caso del Monte dice il rovescio esatto di “lo Stato rovina le banche”. Al Monte il pubblico non partiva svantaggiato: partiva con una chance enorme, forse la più grande mai concessa in Italia a un’istituzione del genere — una banca antica di secoli, radicata, patrimonializzata, con un legame di ferro col territorio e una Fondazione che ne teneva saldamente il controllo. La trasformazione in società per azioni, avviata dalla legge del 1990, non tolse quel controllo: lo confermò, mettendo la Fondazione come azionista di riferimento. Il pubblico non se n’era andato: era lì, padrone in casa propria, con tutte le carte in mano. E quando, dalla metà degli anni Novanta, arrivò la stagione delle dismissioni e delle quotazioni, la leva era ancora, per intero, nelle sue mani.
È lì che si consuma il fallimento, e va nominato con esattezza: non ha fallito il pubblico, ha fallito la politica che il pubblico lo comandava. La Fondazione, la banca, le nomine, le strategie furono trattate come bottino di appartenenza e non come bene comune: poltrone spartite, dirigenze scelte per fedeltà e non per competenza, la logica del consenso di corrente al posto di quella industriale, fino alle acquisizioni sciagurate pagate a debito che hanno aperto la voragine. Una chance storica dilapidata non dal mercato, ma da chi doveva amministrarla in nome della collettività. Il Monte non è stato strappato da una finanza calata dall’esterno; è stato svuotato dall’interno da una classe politica che aveva vinto in partenza e ha perso per come ha giocato.
Ed è la distinzione da cui dipende tutto, perché rovescia la conclusione. Se avesse fallito il pubblico in quanto tale, la lezione sarebbe quella della vulgata: ritirarsi, privatizzare. Ma se a fallire è stata la politica — il modo in cui il pubblico è stato governato, non il fatto di esserci — allora la lezione è opposta: non meno pubblico, ma un pubblico sottratto a quella politica. Il difetto non stava nel principio, stava nel controllo. Un possesso pubblico comandato dai partiti, opaco, senza rendiconto, orientato al consenso e non all’investimento, marcisce in qualunque epoca. E quel fallimento diventa la specifica di progetto: il pubblico che verrà va costruito con dentro l’anticorpo a ciò che lo ha ucciso a Siena. Trasparente e democratico per costruzione, sottratto alle correnti, vincolato per statuto al bene comune, con rendiconto verso i cittadini e non verso i segretari. Non meno pubblico: pubblico in un altro modo. Il vizio antico non si esorcizza rinunciando al possesso, si sconfigge disegnando un possesso che non possa più diventare quel vizio.
Che forma ha, allora? Molte, e plurali per natura: statale dove serve la scala, cooperativo dove serve il radicamento, municipale dove serve la prossimità, comune dove la risorsa è già di tutti. E tagliato sui tre fronti. Sulla finanza, la quota in MPS non come reliquia da imbalsamare, ma come seme di uno strumento pubblico che decide gli investimenti su un orizzonte lungo — il contrario del fondo che pretende il rendimento immediato. Sulla terra, il possesso pubblico e comunitario non della vigna ma di ciò che a Montalcino vale davvero: la denominazione, il marchio collettivo, il vincolo di destinazione. Strumenti che già esistono, che nessuno può bollare come collettivismo, e che oggi si usano per tutelare invece che per trattenere sul territorio una parte di ciò che produce. Sul digitale, la potenza di calcolo e i dati pubblici trattati come bene comune che rende un dividendo alla collettività. Tre strumenti, una logica sola: entrare nel processo e orientarlo. E su una scala nuova rispetto al Novecento — europea, perché se il capitale è transnazionale il pubblico che vuole condizionarlo deve esserlo altrettanto, o perde in partenza. Il pubblico che verrà non è un pezzo da museo da rimettere in moto: è ciò che l’epoca del clima e dell’algoritmo reclama comunque. Chi arriva prima a dargli forma decide se avrà forma democratica o oligarchica.
Ma possedere, da solo, non basta. Un possesso senza consenso è un possesso che il primo governo smonta. Ed è qui che il ragionamento passa alla sua parte decisiva: la battaglia che si combatte nelle teste prima che nelle leggi.
(continua)





