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di pierluigi piccini
Bisogna diffidare delle mostre che cominciano con “Remember”. Il verbo, in testa a “Remember Joseph Beuys” al Santa Maria della Scala, dice già tutto: non provocazione, ma commemorazione. Non un artista che ci mette in questione, ma uno da ricordare, cioè da collocare nel passato e appendere alla parete. E con Beuys — che ha passato la vita a sostenere che ogni uomo è un artista e che la società va plasmata come una scultura — la commemorazione non è un omaggio neutro. È la prima operazione con cui lo si disinnesca.
Si dirà che il materiale è serio. In parte lo è: viene dalla collezione privata di Lucrezia De Domizio Durini, che con Beuys collaborò quarantun anni, e ruota attorno a “Difesa della Natura”. Gigantografie di Buby Durini, multipli, documenti, “La Rivoluzione Siamo Noi”, il “Progetto Museo”. Tutto autentico. Ma qui il problema comincia, non finisce. La collezione Durini non è una finestra trasparente sull’artista: è essa stessa una cornice, costruita in decenni attorno a una precisa versione di Beuys. Quella ecologica, “Difesa della Natura” innalzata a sacra sindone ambientalista. Il Beuys più spendibile, quello che si presta a essere agganciato a un riconoscimento come il Green Leaf. Non è che un’amministrazione distratta tradisce una mostra pura: la mostra le porge già il Beuys verde su un vassoio, e l’amministrazione lo raccoglie.
C’è poi la natura di ciò che si espone. Una mostra di gigantografie, multipli e fotografie è Beuys al secondo grado: reliquie e riproduzioni, non l’attrito dell’opera. Il feltro che riscalda, il grasso che si deforma, l’azione che accade una volta sola — quella materia scomoda qui non c’è. Al suo posto pannelli, stampe, teche. Il dispositivo museale assorbe e addomestica: la scultura sociale, nata per uscire dalle sale e trasformare la vita associata, torna in sala come immagine da parete. Prima ancora che qualcuno prenda il microfono, Beuys è già imbalsamato. La mostra non lo tradisce all’improvviso: lo prepara.
E quando il microfono si accende, non fa che completare il lavoro. Il sindaco dichiara che la mostra è stata una precisa scelta dell’amministrazione, e la inserisce nel calendario del Green Leaf come apertura della stagione di eventi. L’opera non vale per sé: vale come sipario. Il lessico è quello di Beuys — cura, natura, responsabilità — ma staccato dal conflitto che gli dava peso. In lui quelle parole bruciavano. Prese in prestito per una brochure, diventano arredo.
Poi la quercia, e tutto si chiarisce. Il sindaco annuncia: stiamo individuando un luogo dove piantarne una, attorno alla quale creare momenti d’incontro. Una. A pochi metri, sulle pareti, scorre la documentazione di ciò che Beuys fece davvero. A Kassel, nel 1982, ne piantò settemila: ciascuna accostata a una stele di basalto, in un’operazione compiutasi nell’arco di anni, oltre la sua morte. Il numero era la sostanza. L’albero che cresce accanto alla pietra che resta identica, perché il rapporto tra i due mutasse nel tempo, fuori dal controllo di chi l’aveva avviato. E il motto era una provocazione: imboschire la città invece di amministrarla. Un gesto contro chi governa i luoghi con le delibere.
Da settemila a una. Dal processo che sfugge al controllo all’evento con la data fissata. Dal gesto contro chi amministra alla foto ricordo organizzata da chi amministra. Non una versione in piccolo di quell’opera: il suo rovescio esatto. Ma sarebbe comodo scaricarlo sul solo sindaco. La quercia municipale è la conseguenza logica di ciò che sta a monte: una collezione che ha già scelto il Beuys verde, un museo che lo ha già ridotto a immagine, un titolo che invita a ricordarlo anziché a subirlo. Il sindaco non tradisce la mostra. La completa. È l’anello che dice ad alta voce ciò che le pareti dicono sottovoce.
Ecco perché sarebbe ingeneroso, verso i lettori, fingere che ci sia una buona mostra guastata da un cattivo discorso. C’è un intero apparato che converge nel rendere Beuys maneggevole: la collezione fornisce il Beuys giusto, il museo lo trasforma in reliquia, l’amministrazione lo aggancia agli eventi e lo corona con la quercia. Nessun singolo passaggio è in malafede. È la somma a essere addomesticante. Il risultato è un Beuys compatibile con una brochure, buono per la foto sotto l’albero, incapace ormai di disturbare nessuno.
Il Santa Maria resta il luogo giusto per parlare di cura: uno spedale vero, secoli di pellegrini e di bambini abbandonati, la ferita e chi se ne fa carico. Quel filo esisteva, ed era da seguire fino in fondo. Ma seguirlo voleva dire lasciar parlare Beuys con la sua voce scomoda, correre il rischio di un artista che chiede a chi amministra di essere sovvertito, non celebrato. Si è preferito usarlo come fondale nobile di una politica culturale già scritta. E il nome storpiato durante la presentazione — corretto sui giornali, sbagliato in bocca a chi la mostra l’ha voluta — è la coda che vale più di ogni ragionamento: lo si sa scrivere, pronunciarlo mentre lo si arruola è un’altra cosa.





