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20 Settembre 2026L’elogio della copia sbagliata. Una settimana tra la paura dell’intelligenza artificiale e la vita che resiste nell’imperfetto
C’è una mostra, in questi mesi, che mette in dialogo due uomini che non si sono mai incontrati: Michelangelo Antonioni e Luigi Ghirri, il regista di Ferrara e il fotografo di Scandiano, separati da trentun anni e da poco più di cento chilometri di pianura. Antonioni, negli anni Settanta e Ottanta, dipingeva minuscoli acquerelli su carta e poi li ingrandiva fotograficamente finché la grana non diventava roccia, nebbia, vetta: montagne incantate nate dallo stesso gesto di Blow-Up, dall’ingrandimento che rivela e insieme dissolve. Ghirri, dal canto suo, fotografava la pianura più piatta per cercarvi l’invisibile, ciò che accade quando sembra non accadere nulla. Il titolo che li tiene insieme è preso a prestito da un vecchio romanzo incompiuto: il monte analogo, la montagna che esiste ma resta inaccessibile, che si può raggiungere solo per approssimazioni, per copie imperfette. Comincio da qui perché mi pare che tutta la settimana, senza saperlo, giri intorno a questa idea.
La settimana, infatti, si è aperta con una paura. Un ricercatore lascia una delle grandi aziende dell’intelligenza artificiale e affida a poche righe una profezia netta: la macchina potrebbe ucciderci tutti, forse entro il decennio. La reazione più assennata — quella, per esempio, che invitava a distinguere l’incubo fantascientifico dal pericolo reale — ricordava una cosa semplice: siamo lontani da quello scenario, ma più i sistemi diventano potenti e autonomi, più ne parleremo. Vale la pena però notare che cosa temiamo davvero. Non ci spaventa la macchina che sbaglia, ma la macchina che riesce: quella che ci imita così bene da azzerare la distanza tra copia e originale, tra la voce umana e la sua riproduzione perfetta. Lo aveva capito Kubrick mezzo secolo fa, quando affidò l’inquietudine non a un mostro ma a una voce calma, perfettamente razionale, senza incrinature. Il terrore non è l’errore. Il terrore è la levigatezza assoluta.
Ed è a questo punto che la rassegna della settimana diventa, quasi per contrappasso, un piccolo catalogo dell’imperfetto. C’è stato un elogio della parodia, l’idea che l’imitazione “sbagliata” sia sempre la migliore. Ha ragione: la copia fedele è morta, non aggiunge nulla, è un doppione. La parodia invece vive proprio perché devia, perché nello scarto tra il modello e la sua ripetizione si insinua un’intelligenza, un giudizio, un affetto. Chi parodia ha letto, ha capito, ha scelto dove premere. L’errore, in questo senso, non è un difetto della copia: ne è l’anima. È il punto in cui una mano e una mente hanno lasciato la loro impronta invece di limitarsi a trasmettere.
La stessa lezione, in un altro linguaggio, la dà un artigiano del suono come Daniel Lanois, raccontato come “genio al lavoro”. La formula andrebbe presa alla lettera: il suo genio è lavoro, è mano, è la scelta ostinata di tenere l’imperfezione analogica dentro il disco — il respiro, il rumore della stanza, l’accidente che un software eliminerebbe. Contro la traccia generata senza sbavature, il valore della sbavatura; contro la perfezione senza corpo, la prova che qualcuno era lì, in una stanza, a decidere.
Persino l’incontro più improbabile della settimana dice questo. Una poetessa che viene dagli studi classici, traduttrice dei frammenti di Saffo, che scrive di una cantante di flamenco-pop. Alto e basso collassano, ma non è una resa: è il gesto più nobile dell’errore produttivo, che è la traduzione. Tradurre significa portare qualcosa da una parte all’altra e, nel tragitto, cambiarlo per forza. L’antico sopravvive non conservandosi intatto in una teca, ma facendosi cantare da una bocca nuova, in una lingua nuova, con inevitabili tradimenti. Il canone diventa monte analogo: irraggiungibile in sé, e raggiungibile solo attraverso le nostre versioni infedeli. C’è una saggezza, del resto, in molte tradizioni lontane dal culto occidentale dell’originale: l’icona che si ridipinge uguale eppure sempre diversa, il canto rituale che si reimprovvisa ogni volta, la storia che si racconta di nuovo. Lì la fedeltà non è identità, è trasmissione vivente. Si è fedeli continuando a variare.
Poi la settimana precipita, e la questione dell’imperfetto che resta vivo smette di essere teoria. Due letture vengono dall’Ucraina. Una racconta la colonna sonora di un documentario sulla scena rave; l’altra, come gli attacchi russi stanno cambiando il mercato dei libri. Sono due facce della stessa cosa. Il battito techno sotto le bombe non è evasione: il ritmo è una delle più antiche tecnologie di sopravvivenza che conosciamo, e ballare mentre cade tutto è forse il “no” più testardo che un corpo possa opporre all’annientamento. E stampare un libro mentre le tipografie vengono colpite è un atto di persistenza prima ancora che di cultura. La cultura sotto tiro non è mai pulita: è improvvisata, spostata, mutilata, fatta di edizioni raffazzonate e di feste in luoghi di fortuna. Ed è proprio per questo più viva di qualsiasi archivio perfettamente ordinato. Anche qui la copia sbagliata — il concerto in un rifugio, il libro salvato e ristampato male — batte l’originale intatto, perché porta addosso il segno di chi l’ha voluta.
Ecco allora il filo che tiene insieme montagne dipinte e ingrandite, macchine troppo perfette, parodie, dischi fatti a mano, traduzioni infedeli, rave e libri sotto le bombe. Nel momento esatto in cui temiamo di essere imitati fino a sparire, di essere resi superflui da un doppio senza difetti, riscopriamo che ciò che vale è precisamente il difetto: la traccia di un corpo che c’era, che ha scelto, che ha sbagliato, che è sopravvissuto. La macchina che ci spaventa è quella che promette la copia perfetta. La risposta, quella che tutta la settimana articola senza dichiararla, è che la vita non sta nell’originale né nella copia fedele, ma nello scarto: nella mano che devia, nella voce che si incrina, nel passo che inventa la strada mentre la percorre.
Il monte, in fondo, resta analogo. Non lo possediamo mai davvero. Possiamo solo continuare a farne versioni imperfette — dipingerlo piccolo e ingrandirlo, fotografarlo di sbieco, cantarlo stonato, ballarlo tra le macerie. È poco, forse. Ma è esattamente ciò che una macchina perfetta non saprebbe fare, e ciò che ci tiene, ancora, dalla parte dei vivi.





