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Sono tanti i dettagli sorprendenti che emergono e che ne rivelano l’umanità, dalla passione per i romanzi di Morris West all’ammirazione pastorale per Siri
In vista dei cento anni dalla nascita, Marco Vergottini ha raccolto le testimonianze di chi ha accompagnato da molto vicino i 22 anni di episcopato del gesuita torinese
Il cardinale Carlo Maria Martini (1927-2012) ci parla ancora. Attraverso la sua parola, il Primato della Bibbia nella sua vita, la signorilità dei suoi gesti e la timidezza eloquente («fatta per non travalicarti » così testimonia uno dei suoi segretari Erminio De Scalzi) con cui si interfacciava con chi lo incontrava.
A quasi 100 anni dalla sua nascita, che si celebreranno il 15 febbraio prossimo, un libro curato da Marco Vergottini ci riporta alle gesta e alla personalità carismatica ma allo stesso tempo complessa del porporato gesuita che guidò la diocesi di Milano per ben 22 anni, «gli stessi – amava ripetere Martini- di sant’Ambrogio». Il volume in questione reca un titolo eloquente: Martini da vicino. Interviste ai suoi segretari (Edb, pagine 160, euro 11,00). E raccoglie, oltre alla voce di Ferruccio de Bortoli, che firma la prefazione, le testimonianze di dieci collaboratori che conobbero da vicino, quasi come dei compagni di stanza, «il gesuita Martini». Il pregio principale di quest’opera è stata infatti quella di raccogliere da parte di Vergottini, che fu segretario del Consiglio pastorale ambrosiano (19842002), dieci voci (compresa la propria) per permettere al lettore di conoscere nell’intimo il “Martini che non ti aspetti” non solo come pastore, «uomo spirituale» (come il suo amato Paolo VI) ma anche il raffinato esegeta della Parola di Dio o l’uomo sempre capace di pronunciare battute ironiche di tipo britannico. In grado, spesso, di spiazzare il più avveduto interlocutore. I nomi scelti da Vergottini vanno da Gianni Zappa, che fu uno dei portavoce di Martini, fino al suo esecutore testamentario l’attuale vescovo di Acqui Luigi Testore passando per i suoi segretari (tra loro quelli particolari cambiati, ogni sei anni, per evitare che questi «diventino degli onnipotenti»): Erminio De Scalzi, vescovo ausiliare emerito di Milano, Paolo Cortesi (“il prete della consegna
delle armi delle Br”), Ettore Colombo, Virginio Pontiggia, Gianni Cesena, Gregorio Valerio (scomparso nel 2025), a cui consegna questa massima, priva di nostalgia ma carica di futuro, dopo il suo congedo da Milano: «Caro don Gregorio, il bello viene dopo». A chiudere questa carrellata è il ricordo dell’ultimo segretario di Martini, quello del ritiro a Gerusalemme e poi a Gallarate negli anni della malattia: Damiano Modena. Nella testimonianza vivida di quest’ultimo risuona molto di quanto l’ultimo collaboratore di Martini scrisse nel suo commovente saggio del 2013 Il silenzio della Parola. Ma queste pagine offrono soprattutto l’occasione di riscoprire l’attualità degli insegnamenti di una figura che tanto ha segnato la Chiesa italiana nell’ultimo scorcio del Novecento. Come stupisce certamente scoprire – grazie alla rivelazione di Vergottini – l’interesse di Martini per gli scritti («di cui aveva letto tutto») del romanziere australiano Morris West. Molte delle testimonianze degli intervistati non solo fanno emergere il Martini pastore, uomo pubblico e coscienza critica della “sua” Milano grazie ai suoi memorabili discorsi alla città. Ma regalano al lettore l’importanza che ebbe per lui scrivere di suo pugno un piccolo ma denso testo (tanto apprezzato da Benedetto XVI) e non frutto di altre elaborazioni (i famosi sbobinati attribuiti a Martini) nel 2011 un anno prima della morte: Il vescovo.
Vergottini mette in risalto un aspetto di Martini sconosciuto ai più l’ammirazione per un pastore a lui “ecclesialmente” molto lontano come il cardinale di Genova Giuseppe Siri. Che lui indica come modello per la sua capacità di ascolto e di pazienza per capire e interagire con i «suoi preti». Riecheggiano in queste pagine le sofferenze intime di Martini – lui che si sente prima di tutto graniticamente un «gesuita obbediente al Vicario di Cristo» – per essere stato interpretato e visto dai media come l’“anti Papa” del magistero di Giovanni Paolo II. O ancora affiora, da queste pagine, l’ammirazione del gesuita torinese per il collega professore Ratzinger che lo volle membro della Congregazione per la dottrina della fede, per ben dieci anni, con il quale «ho sempre dialogato in tutta libertà». Ma il testo ci restituisce di Martini il suo essere sempre un precursore del nuovo, con lo sguardo lungimirante puntato verso la Chiesa che verrà: basti pensare al suo libro profetico e quasi testamentario (e qui spesso citato) Conversazioni notturne a Gerusalemme del 2008, confezionato a quattro mani con il gesuita Georg Sporchill.
Nella sua intervista Gianni Cesena conferma che già, negli anni Novanta, grazie al pensiero di Bernard Lonergan il cardinale di Milano studiava le neuroscienze. « E nemmeno si parlava di intelligenza artificiale, ma Martini – racconta don Cesena – era già sulle piste di ciò che oggi è invece all’ordine del giorno». Il volume ha poi il pregio di confermare un aspetto caratteriale dello stile gesuitico e molto austero di Martini: il riserbo e la lotta al chiacchiericcio e alla maldicenza. Vizi non di rado in voga nel clero. Qui viene rievocata la famosa frase (il primo a rivelare questa confidenza fu il suo vicario generale e poi cardinale Renato Corti) rivolta ai suoi commensali in episcopio: « A tavola non si parlerà mai di persone, si eviterà ogni giudizio su di esse».
Ci sono dentro questo volume aspetti della vita di Martini – già conosciute grazie al suo più autorevole biografo Marco Garzonio – come le gite in montagna o la sua predilezione per la visita ai carcerati con cui «mi sentivo pienamente vescovo ». Ma si scoprono delle autentiche perle inedite come l’attenzione per la vita nascosta al mondo delle claustrali della sua sconfinata diocesi o la passione per le musicassette con cui ascoltava «la teologia in tedesco » durante i suoi viaggi in auto accompagnato dal fido collaboratore Sandro Clerici. Vengono a galla tutti i pensieri sulla morte di Martini e il mistero della Croce e della Risurrezione, a cui aveva dedicato la sua tesi di dottorato in teologia alla Gregoriana. Un libro, insomma, che ci riconsegna l’uomo Martini che sognava una Chiesa, povera, libera, sciolta, immune da ogni tentazione di potere. Capace di farsi prossima a tutti.





