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20 Settembre 2026
Come la guerra ha trasformato il linguaggio della vita quotidiana
20 Settembre 2026La colpa divisa in mille pezzi. Chi costruisce armi è responsabile di ciò che accade lontano da sé?
Parti da un fatto che sembra semplice e non lo è: lo stesso identico gesto può essere innocente o colpevole, e non dipende da chi lo compie. L’operaio salda un pezzo. Se quel pezzo va a difendere una città assediata, è parte di uno scudo; se va a colpire un villaggio inerme, è parte di un delitto. Il gesto è lo stesso, la mano è la stessa. Cambia solo dove finisce. E dove finisce, lui non lo decide.
Vale la pena fermarsi qui, perché il problema è reale. Noi vogliamo due cose insieme, e non stanno insieme. Vogliamo che ciascuno risponda solo di ciò che poteva controllare, perché sarebbe ingiusto incolpare qualcuno di quello che non poteva sapere; ma allo stesso tempo giudichiamo da come è andata a finire, e lo stesso lavoro ci appare pulito o sporco a seconda dell’esito. Le due esigenze si mordono. Se conta solo ciò che governi, quasi nessuno lungo la catena è colpevole, perché quasi nessuno sceglie la destinazione. Se conta l’esito, essere colpevoli diventa quasi una questione di fortuna. Non c’è un’uscita pulita da questo bivio, e chi ti assicura di averla trovata sta soltanto semplificando per stare tranquillo.
C’è una ragione più profonda per cui in questo terreno ci si perde. Tutte le nostre parole per dire la colpa — mano, gesto, autore, vittima — sono nate per una scena piccola: qualcuno fa qualcosa a qualcun altro, e tu vedi il filo che li lega. Su quella scena la coscienza umana si è formata per migliaia di anni. La fabbrica di armi taglia quel filo in mille segmenti e lo stende su interi continenti e su anni interi. Non è che manchi il colpevole: manca la scena. Giudicare con parole fatte per la scena piccola un fatto che non ha più scena è come misurare una tempesta con un righello.
Ecco perché la colpa sembra svanire. Ognuno compie un pezzo lecito, e la somma dei pezzi leciti produce la morte. Non serve gente cattiva. Le cose peggiori che gli uomini hanno fatto in tanti non hanno quasi mai avuto bisogno di uomini malvagi: hanno avuto bisogno di persone competenti, diligenti, brave nel proprio mestiere, che non guardavano oltre il proprio banco.
“Se non lo faccio io lo fa un altro” è la frase che rende tutti innocenti, ed è vera: se ti fermi tu, la fabbrica va avanti lo stesso. Ma è proprio questa verità il motore di tutto. La macchina gira perché ognuno può considerarsi trascurabile. Se bastasse essere trascurabili per essere puliti, nessun male commesso in molti avrebbe mai un colpevole — e infatti è così che finisce, con nessuno che paga perché ognuno era troppo poco. Il punto è che tu non rispondi di aver spostato le cose. Rispondi di esserci stato dentro.
Allora la domanda giusta cambia forma. Non è più quanto hai causato, perché da solo non causi nulla, e su questo avrai sempre ragione. È quanto sapevi, e quanto ti sei adoperato per non sapere. Qui la colpa torna a mostrarsi, e si mostra dove quasi tutti smettono di guardare. Il vizio, dentro queste macchine, non è la crudeltà, che è rara: è il non voler sapere, che è comodissimo. E non sapere, quando potresti sapere, non è innocenza: è un atto. Voltare gli occhi è un gesto, esattamente come alzare un braccio. La colpa non abita la mano che salda, ma lo sguardo che si gira dall’altra parte.
Per questo mettere l’operaio e il dirigente sullo stesso piano è falso — ma falso in un modo scomodo, non in quello che fa sentire buoni. Non è che uno sia puro e l’altro sporco. È che uno sa poco e può poco, l’altro sa molto e può molto. La responsabilità non si spalma uguale: si raccoglie dove stanno insieme il sapere e il potere di scegliere. Più si sale, meno si può dire “non lo sapevo”, ed è esattamente per questo che più si sale più ci si adopera per non sapere, perché lassù la conoscenza costa. Eppure nessuno, nemmeno l’ultimo della fila, sta al punto zero: stare nella macchina significa comunque farla girare.
A questo punto conviene guardare oltre il nostro modo abituale di pensare, che immagina sempre l’uomo come uno che decide da solo. Esiste un’idea antica, e non nostra, secondo cui nessuno è pienamente uomo per conto proprio: lo si diventa attraverso gli altri, e ferire un altro è mutilare anche se stessi. In questa luce chi costruisce ciò che recide vite recide qualcosa di sé, che se ne accorga o no. La colpa non è un conto privato che saldi e paghi tu soltanto: è uno strappo nel tessuto in cui anche tu vivi.
Resta l’ultima trappola, la più nascosta, e sta nelle parole. Finché chiamiamo difesa il vendere armi a chiunque paghi, e danno collaterale un bambino ucciso, la lingua ha già svolto il lavoro sporco: addormenta la coscienza prima che possa destarsi. Lì le parole giuste servono a non sentire. Per questo il primo gesto onesto non è un ragionamento, ma la restituzione dei nomi veri alle cose. Chiamare morte la morte. Da quel momento diventa molto più difficile sostenere di non c’entrare.
Non aspettarti, alla fine, l’elenco dei salvati e dei dannati. Non esiste, e chi te lo promette ti inganna. Resta una cosa sola, più scomoda di qualsiasi condanna: dentro quella macchina non c’è un posto pulito. C’è chi sa, e c’è chi ha scelto di non sapere. E la differenza tra i due, ancora una volta, la fai tu.
Nota bibliografica
Bernard Williams, Sorte morale, il Saggiatore
Thomas Nagel, Questioni mortali, il Saggiatore
Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli
Joel Feinberg, Doing and Deserving, Princeton University Press
Tommaso d’Aquino, La Somma Teologica, Edizioni Studio Domenicano





