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Il sovranismo è diventato la lingua di tutti
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È possibile analizzare il modo in cui la guerra ha cambiato la lingua di tutti i giorni, e si tratta anzi di uno dei terreni più rivelatori per capire cosa accade a una società quando il conflitto smette di essere un evento circoscritto e diventa condizione permanente dello sfondo. Il fenomeno più antico e più sottile è la sedimentazione delle metafore belliche negli ambiti che con la guerra non hanno nulla a che vedere: parliamo di combattere una malattia, di strategie aziendali, di bombardamento mediatico, di trincee ideologiche, di obiettivi da colpire nel marketing. Questo lessico non è neutro, perché struttura il modo in cui percepiamo la realtà, la organizza in termini di nemico e alleato, di vittoria e sconfitta, di fronte da tenere. Quando una società intera pensa la cura di un tumore come una battaglia, chi muore ha in qualche modo perso, e già in questo si vede come la lingua della guerra imponga una grammatica morale che deforma l’esperienza.
La trasformazione più recente e più insidiosa riguarda però ciò che potremmo chiamare la banalizzazione del vocabolario dell’orrore. Termini che appartenevano a un lessico tecnico o eccezionale, come escalation, de-escalation, danni collaterali, obiettivi sensibili, guerra ibrida, sono entrati nella conversazione ordinaria, ripetuti a colazione davanti al telegiornale e svuotati progressivamente del loro peso. È il meccanismo che la vecchia riflessione sul totalitarismo aveva già intuito: quando l’inaudito viene nominato con parole burocratiche e ripetitive, cessa di scandalizzare. Danni collaterali è forse l’esempio più compiuto, una locuzione che serve precisamente a non dire ciò che dice, a interporre tra la parola e la cosa uno schermo asettico.
A questo si aggiunge una mutazione temporale non meno importante. Il linguaggio della guerra permanente vive al presente continuo e al futuro condizionale della minaccia, fatto di se dovesse succedere, di in caso di, di non si esclude. Si installa così una sintassi dell’attesa ansiosa, un parlato che tiene costantemente aperta la possibilità del peggio senza mai realizzarla del tutto, ed è forse questa la cifra della nostra epoca: non tanto la guerra combattuta quanto la guerra evocata, la minaccia come atmosfera. La quotidianità si impregna di un lessico dell’imminenza che modifica il nostro rapporto con il tempo, sottraendoci il futuro come dimensione della progettualità e restituendocelo come territorio del rischio.
La guerra impone inoltre una riduzione del campo semantico, per cui spariscono la sfumatura, l’ambivalenza, il forse, e si finisce per essere con o contro, dalla parte giusta o da quella sbagliata. Il dibattito pubblico assume la struttura del fronte: chi propone comprensione viene accusato di collaborazionismo, chi distingue viene tacciato di equidistanza, e persino equidistanza, parola un tempo neutra, diventa un insulto. La lingua perde in questo modo la capacità di tenere insieme i contrari, di abitare la contraddizione, che è invece la condizione stessa del pensiero maturo.
Vale infine la pena notare che tutto questo non è una fatalità occidentale, perché tradizioni di pensiero diverse hanno elaborato modi di nominare il conflitto che non lo riducono allo schema amico-nemico: c’è chi ha pensato la guerra come squilibrio momentaneo di un ordine da ricomporre, e chi ha coltivato una retorica della riconciliazione in cui la lingua del vincitore include quella del vinto invece di cancellarla. Il confronto con questi modelli mostra che la militarizzazione del linguaggio è una scelta e non un destino, e che esistono grammatiche del conflitto capaci di lasciare aperta la porta della pace anche mentre si combatte.





