
Come la guerra ha trasformato il linguaggio della vita quotidiana
20 Settembre 2026
Il nucleare, la paura e chi decide cosa dobbiamo temere
20 Settembre 2026
Sì, ed è la vittoria più sottile che una cultura politica possa ottenere: non l’egemonia dei suoi militanti, ma l’adozione del suo vocabolario da parte di chi non si dice sovranista e magari lo combatte. Il segno che ha vinto non è che tutti lo votino, ma che tutti ne parlino la lingua. Il sovranismo è diventato quotidiano nel momento stesso in cui ha smesso di apparire come tale e ha cominciato a suonare come buon senso.
Il punto di partenza è una formula, non un’ideologia: riprendere il controllo. È la frase che ha spostato tutto, e ha funzionato perché nominava un’esperienza vera. Milioni di persone hanno percepito, con ragione, che decisioni decisive per le loro vite si prendevano altrove: nei mercati, nelle sedi sovranazionali, in luoghi anonimi e irraggiungibili. La delocalizzazione, la moneta governata da fuori, le regole calate dall’alto avevano prodotto una sensazione concreta di espropriazione. Il sovranismo non l’ha inventata, le ha dato un nome e una direzione. Ha detto riprendiamoci ciò che ci è stato tolto, e a chi si sentiva governato da forze senza volto ha offerto un soggetto, il popolo, e un luogo dove riportare il potere, la nazione. È qui la sua forza, e va riconosciuta se si vuole capirlo invece di liquidarlo.
Il primo modo in cui è entrato nella vita comune è la riabilitazione di parole che parevano archiviate. Nazione, patria, confine, popolo, interesse nazionale erano diventate, in un certo lessico progressista del ventennio scorso, quasi impronunciabili, sospette di angustia. Il sovranismo le ha rimesse in circolo, e le ha rimesse in circolo cariche. Oggi si possono dire senza imbarazzo, e questo è già un fatto culturale enorme, perché il campo del dicibile si è ridefinito. La prova più eloquente è che le pronunciano anche i suoi avversari. Quando il centro e la sinistra parlano di difesa dei confini, di sicurezza, di comunità da proteggere, di sovranità europea o autonomia strategica, non stanno contrastando il sovranismo, stanno confermando che ha imposto il terreno. Si può discutere dentro quel vocabolario, ma non lo si discute più.
Il secondo modo è la trasformazione di un valore antico in senso comune: il primato del limite sull’apertura. Per una lunga stagione l’orizzonte era il contrario, più mercato, più mobilità, più integrazione, l’idea che ogni confine fosse un residuo da superare. Il sovranismo ha riportato al centro la parola opposta, la protezione, e lo ha fatto agganciandola a bisogni che non sono di destra: il desiderio di un limite in un mondo percepito come illimitato, di appartenenza in un tempo che dissolve i legami, di un noi riconoscibile quando tutto sembra intercambiabile. Sono domande umane vere. La questione non è se siano legittime, perché lo sono, ma cosa se ne fa: se diventano cura del proprio senza chiusura all’altro, o se si rovesciano nella logica per cui esistere significa escludere.
Qui sta l’ambivalenza che un’analisi onesta non può nascondere. Una parte di ciò che il sovranismo ha rimesso in circolo era stato rimosso a torto. Il disprezzo per la nazione, l’idea che il confine fosse sempre e solo violenza, la fiducia cieca in un’apertura che di fatto premiava chi era già forte erano posizioni che avevano perso il contatto con la vita delle persone, e chi le teneva ha lasciato scoperto un fianco intero. Il successo lessicale del sovranismo è anche il fallimento di chi ha smesso di parlare la lingua dell’appartenenza credendola superata. Non tutto ciò che è tornato è veleno; parte è il ritorno di una domanda rimossa.
Il rovescio è che quelle stesse parole, diventate quotidiane, portano dentro una cornice che spesso non si vede più. Interesse nazionale può voler dire cura del bene comune, oppure sospetto verso ogni vincolo condiviso. Popolo può indicare la comunità dei cittadini, o un corpo omogeneo che ha sempre un nemico interno da individuare. Sovranità può essere la capacità reale di decidere del proprio destino, o l’illusione che un paese medio, dentro reti economiche e strategiche che lo eccedono da ogni lato, possa bastare a se stesso. Le parole entrano nell’uso senza il loro doppio fondo, e chi le adopera in buona fede si trova a maneggiare un’idea di mondo che non ha scelto: che i problemi si risolvano ritirandosi, che la protezione stia nella chiusura, che il limite sia più reale del legame.
La misura di quanto tutto questo sia diventato quotidiano è proprio l’impossibilità di parlarne dal di fuori. Non abbiamo più un lessico neutro per discutere di confini, appartenenza, sovranità: le parole disponibili sono già le sue. Il compito non è restaurare il vocabolario opposto, che aveva i suoi torti, né inseguire il sovranismo sul suo terreno sperando di batterlo con la sua stessa moneta. È tenere aperte le domande che ha chiuso troppo in fretta: se il controllo si riprenda chiudendo o costruendo poteri comuni all’altezza dei problemi, se l’appartenenza escluda o includa, se la nazione sia un fortino o un modo di stare al mondo insieme ad altri. Finché queste restano domande, il linguaggio respira. Quando diventano risposte già date nel modo stesso in cui parliamo, la partita culturale è persa prima ancora di essere giocata.





