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11 Ottobre 2026Dal 30 ottobre Venezia ospita il festival dedicato al compositore. Con un focus sulle donne. La figlia Serena: «Avanti col suo impegno»
di helmut failoni
Il titolo che dà il nome alla nuova edizione del festival Luigi Nono — in diversi luoghi a Venezia dal 30 ottobre al 4 dicembre — Voci destroying muros (voci che distruggono i muri), deriva dall’omonima opera per voci femminili, voci recitanti, coro e piccola orchestra del compositore veneziano (1924-1990), scritta nel 1970 su commissione dell’Holland Festival. «È un titolo in tre lingue — spiega a “la Lettura” Serena Nono, figlia del compositore e anima della Fondazione a lui intitolata — che abbiamo scelto anche perché contiene testi presi da lettere dal carcere di donne che hanno combattuto l’ingiustizia. È nostra intenzione infatti portare avanti anche l’impegno di mio padre, senza chiuderci, senza essere solo un archivio di consultazione, una biblioteca polverosa: vogliamo che la fondazione sia un luogo vivo, che produca cultura».
Il sottotitolo della nona edizione è: Le figure femminili nell’opera e nella vita di Luigi Nono. Sono naturalmente diversi i temi che verranno estrapolati dall’universo del grande compositore e declinati nel corso dei concerti, degli incontri, dei workshop. «Il festival — sottolinea ancora Serena Nono — oltre a celebrare il passato, vuole avere sempre anche un rapporto stretto con il presente. Per questo avremo ospiti, fra l’altro, anche diverse attiviste che si sono battute e si battono per i diritti civili». A partire dalla leggendaria attivista afroamericana Angela Davis (1944) — alla quale Nono nel 1971 dedicò Ein Gespenst geht um in der Welt (Uno spettro si aggira per il mondo) — che il 12 novembre sarà protagonista di un incontro alla Fondazione Prada dal titolo Dialogo tra musica e protesta.
Nel corso del festival uno dei focus principali sarà quello legato alla voce. Quella voce femminile che il Novecento musicale, dai suoi albori in poi, ha utilizzato andando alla ricerca delle zone rimaste ancora inesplorate dell’universo canoro. Quella voce che è anche il cuore della musica di Nono e che — ricorda la figlia — lui ha sempre considerato «lo strumento musicale in assoluto più importante, più versatile». E che ha sempre utilizzato in modi che hanno cambiato la nostra percezione, la nostra abitudine all’ascolto, trovando per esempio nella dimensione dei pianissimo un’inaspettata vitalità interna.
Dice a «la Lettura» lo storico della musica e drammaturgo Guido Barbieri, che introdurrà e modererà alcuni incontri sul tema: «Nei lavori corali per voci miste, come Il canto sospeso e i Cori di Didone, la pars femminile dell’insieme vocale partecipa naturalmente alla frammentazione dell’espansione del tessuto sonoro, ma insinua un timbro tagliente, acuminato, come una ferita nel corpus del suono. Ma è in due opere affidate alla voce solista che emerge la natura più autentica della voce femminile: La fabbrica illuminata (1964, ndr) e Djamila Boupachá (1962, ndr), la prima immersa nel densissimo magma sonoro del nastro magnetico, la seconda (dedicata all’omonima politica e attivista algerina, classe 1938, simbolo della lotta per l’indipendenza del suo Paese dal colonialismo francese, ndr) lasciata invece nella sua assoluta purezza. In entrambi i casi la denuncia della condizione di sfruttamento del lavoro operaio e, dall’altra parte, l’indignazione per le torture inflitte dalla polizia francese all’attivista assumono la forma di un canto nuovo, teso, inaudito, che scava il testo fino a rivelarne l’essenza profonda e nascosta».
Il 13 novembre il Conservatorio veneziano Benedetto Marcello, a partire dalle ore 10, ospiterà un workshop sulla vocalità a cura del soprano Maria Eleonora Caminada, che sarà poi ospite di una conferenza (a cura di Angela Ida De Benedictis, musicologa e responsabile scientifica e di ricerca della Paul Sacher Stiftung di Basilea), un forum (con il musicologo Veniero Rizzardi) e infine protagonista di una performance di Djamila Boupachá, che è il secondo movimento, per soprano solo, dei Canti di vita e d’amore: sul ponte di Hiroshima. De Benedictis raggiunta telefonicamente in Svizzera, specifica che considera « Djamila Boupachá il manifesto della vocalità noniana. Mi concentrerò su questa dicotomia tra voce e canto che apre a tutto quello che la voce porta con sé, a prescindere dal testo».
La musicologa De Benedictis cita un’intervista a Nono del 1996 realizzata da Martine Cadieu, figura fondamentale per la diffusione della musica d’avanguardia in Francia, in cui la domanda è sulla voce, sul canto. E la risposta è uguale alla frase che Nono diceva alla figlie Serena e Silvia: la voce è il più libero e straordinario degli strumenti. «La voce — aggiunge De Benedictis — non ci porta necessariamente un testo, un qualcosa che dobbiamo percepire e tradurre in un significato. La voce ci porta un’esperienza, un’espressione. Ci porta anche quella che è una problematica sociale, storica. In questo senso, anche, considero Djamila Boupachá un capolavoro». Qui una voce sola incarna i due poli opposti di drammaticità e di speranza. «Nono indaga molto l’oggetto musica con gli strumenti, però è proprio con la voce che culmina la sua sperimentazione nei vari decenni».
De Benedictis aggiunge una riflessione finale. «Se pensiamo ad altri compositori, per esempio a Karlheinz Stockhausen e a Luciano Berio, hanno tutti scritto comunque prima o poi un testo, anche se solo teorico, sull’uso della voce, Nono invece mai». Con Rizzardi, De Benedictis — in 1.300 pagine suddivise in due volumi editi da Ricordi nel 2001 — ha analizzato Scritti e colloqui di Luigi Nono. «Non c’è un testo che sia uno dove Nono dica veramente quello che per lui rappresenta la voce. Per lui era talmente importante che non poteva scriverne…».





