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Il cartellone natalizio presentato dal Comune di Siena è ricco, e nessuno lo nega. Ci sono le luminarie accese il 28 novembre, il Mercato nel Campo allungato a cinque giorni e la pista di pattinaggio alla Lizza. Ci sono il Family Park a Villa Rubini, le mostre, il teatro e, a chiudere l’anno, Francesco Gabbani sotto la Torre del Mangia. Il sindaco rivendica un Natale “riconoscibile, con una sua identità”, fatto spendendo meno dell’anno scorso. È proprio su queste due parole, identità e spesa, che conviene fermarsi.
Se si toglie il nome della città, il programma potrebbe appartenere a qualunque capoluogo di medie dimensioni. Mercatini, pista sul ghiaccio, villaggio per le famiglie, il cantante popolare in piazza a San Silvestro: dopo Emma Marrone e Irama, ora Gabbani. È una formula collaudata, e la formula riempie la piazza. Ma riempire una piazza non significa raccontare una città. Le cose che parlano davvero di Siena ci sono, e sono preziose. C’è la Chigiana che porta la musica a Palazzo Chigi Saracini, nei Rozzi e in Cattedrale. C’è Alessandro Franchi ai Magazzini del Sale, con l’Ottocento senese che ancora aspetta di essere compreso. C’è Santa Caterina allo Spedale, il panforte nell’arte, i giovani delle contrade all’accensione dell’albero. Eppure stanno ai margini, come contorno di un piatto che è altrove. In questo quadro la retrospettiva dedicata a Julian Lennon al Santa Maria della Scala resta un mistero. Non si vede quale filo la leghi a quel luogo, che è uno dei più densi di storia civile e religiosa d’Europa, se non la forza di un cognome.
Colpisce anche da dove nascono le novità. L’anticipo delle luminarie e i cinque giorni di Mercato nel Campo sono stati chiesti dai commercianti, e lo dicono gli stessi assessori. Ascoltare le categorie economiche è giusto, ma quando l’agenda culturale la scrive la domanda commerciale, la città diventa un contenitore di occasioni di consumo. Cinque giorni di casette in Piazza del Campo sono anche una scelta su che cosa sia quella piazza. Meriterebbe una riflessione pubblica, non una semplice comunicazione di calendario.
C’è poi una contraddizione che emerge dalle parole del direttore dei teatri. Da una parte si ammette che in certi giorni a Siena non si trova una camera libera e che bisogna evitare l’effetto imbuto. Dall’altra si costruisce il programma attorno a picchi di massa che quell’imbuto lo producono. Se l’obiettivo dichiarato è fidelizzare, cioè avere un pubblico che torna, la strada è un’offerta distribuita nel tempo, pensata anzitutto per chi in città ci vive. Serve a riempire i mesi morti e non solo le notti di festa.
Resta il “facciamo di più e spendiamo meno”. Negli interventi della presentazione non compare una cifra: né il costo complessivo, né quello del concerto, né il peso delle sponsorizzazioni. Senza numeri l’affermazione resta uno slogan. Chi ha avuto la responsabilità di governare una città sa che la trasparenza sui conti non è un dettaglio contabile, ma la prima forma di rispetto verso i cittadini.
Siena non ha bisogno di inseguire le grandi città, come ripete la sindaca. Ha bisogno di fidarsi di ciò che è. Un Natale costruito a partire dalla sua musica, dalla sua pittura, dalle sue contrade e dalla sua santa sarebbe davvero riconoscibile. Un Natale costruito attorno al nome di richiamo resta, per quanto ben riuscito, un Natale come tanti.





