
Perché il piano di Lovaglio è caduto: la condizione posta da Intesa, i quorum e il voto dei grandi soci
30 Ottobre 2026
Mps, Siena ha ancora carte da giocare: dove si decide il futuro della banca, con chi trattare e con quali strumenti
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di Pierluigi Piccini
Giovedì mattina, davanti alla sede di viale Mazzini, c’era la città. I sindacati, il sindaco, la presidente della Provincia, i consiglieri di maggioranza e di opposizione, la Camera di Commercio. Il Consiglio comunale aveva spostato la propria seduta per poterci essere. Una presenza vera, trasversale, sentita. Dentro l’auditorium, intanto, i grandi soci decidevano il contrario di tutto ciò che fuori si chiedeva. Il tutto in poche ore e a pochi metri di distanza.
Quella fotografia racconta da sola perché la difesa civile non ha funzionato. Ma va spiegata, perché non nasce giovedì. Comincia a giugno, quando il sindaco chiama a raccolta Regione e Provincia e il primo vertice chiede di mantenere a Siena nome e funzioni strategiche. Prosegue a fine luglio con la lettera congiunta al ministro dell’Economia, che per giorni non risponde, tanto che la presidente della Provincia deve denunciare pubblicamente la mancanza di rispetto istituzionale. L’incontro arriva solo a fine agosto, dopo un rinvio. Poi il Consiglio comunale straordinario di settembre, l’atto per tutelare integrità e autonomia della banca, il tavolo permanente con i parlamentari toscani. Un percorso serio, condotto con unità tra amministrazioni di colore diverso, incrinata solo da qualche battibecco.
Perché allora non è bastato? La prima ragione è la più semplice: si è chiesto a chi non decideva. Le istituzioni locali non hanno azioni, i sindacati nemmeno. L’unico interlocutore pubblico con un potere reale era il governo, che ha ascoltato e non ha mosso nulla, e giovedì non si è nemmeno presentato in assemblea. La difesa civile si è rivolta a Roma, mentre la partita si giocava tra Milano, Treviso e i grandi fondi.
La seconda ragione è che si è difeso un principio senza mai trasformarlo in una proposta. “Integrità della banca” è diventato un mantra, come ha detto lo stesso sindaco, ma un mantra non sposta i voti. Non è mai emerso un progetto alternativo su cui chiedere ai soci di schierarsi, né una posizione esplicita sul piano dell’amministratore delegato che Siena potesse sostenere fino in fondo.
La terza ragione è la più dolorosa. L’unico soggetto senese che sedeva dentro la stanza, la Fondazione, ci è arrivato diviso: la Deputazione con Lovaglio, il presidente che si era espresso per Intesa e che giovedì non si è presentato, un delegato che non ha preso la parola. La voce di Siena dentro l’assemblea ha pesato lo zero virgola due per cento del capitale, e si è fatta sentire ancora meno.
Infine il tempo. La mobilitazione è sempre arrivata dopo: dopo l’offerta, dopo le scelte dei soci, dopo i pareri dei consulenti dei fondi. Si è inseguito, non si è mai anticipato.
Nel 1995 la città seppe fare l’opposto: capì prima degli altri dove andava il sistema e si attrezzò per restarci dentro da protagonista. Giovedì si è vista una Siena capace di indignarsi e di stare unita, ma non più di decidere. Riconoscerlo è il primo atto serio da compiere.





