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1 Novembre 2026Università per Stranieri di Siena, scontro tra Montanari e i docenti del corso online: sedici procedimenti disciplinari e otto ricorsi al Tar
All’Università per Stranieri di Siena si è aperto uno scontro che va oltre la cronaca accademica. Da una parte c’è il rettore Tomaso Montanari, dall’altra una larga parte dei docenti dell’unico corso di laurea che l’ateneo impartiva interamente a distanza, la triennale in “Lingua, letteratura, arti italiane in prospettiva internazionale”. La vicenda, ricostruita da La Stampa e poi ripresa dalla stampa toscana negli ultimi giorni di ottobre, ha già attraversato tutti i livelli: il consiglio di amministrazione, gli organi disciplinari, la Corte dei conti e ora il Tribunale amministrativo.
Il corso era stato chiuso il 25 febbraio 2026 con una delibera del consiglio di amministrazione, al termine di una seduta descritta come piuttosto agitata. La proposta era del rettore, che in una lettera alla comunità docente aveva definito il progetto «un gravissimo errore». La responsabilità, a suo giudizio, ricadeva su chi lo aveva voluto e su chi negli anni ne aveva impedito la chiusura. Dopo la disattivazione, Montanari ha disposto un controllo dei registri e delle relazioni finali. Ne è uscita la contestazione più pesante: molti docenti avrebbero ricaricato per anni le stesse videolezioni, e alcuni le avrebbero conteggiate come ore di didattica aggiuntiva. Su questo punto è intervenuta anche la Corte dei conti, che secondo le ricostruzioni giornalistiche avrebbe riscontrato compensi indebitamente percepiti da alcuni insegnanti. L’ateneo, in una nota ufficiale diffusa per rispondere a notizie che giudicava parziali e frammentarie, si è dichiarato parte lesa. Ha parlato di prove di una gestione gravemente scorretta e, in alcuni profili, illegittima e illegale.
Sono così partiti i procedimenti disciplinari: sedici docenti su ventidue. Per quattordici il rettore ha chiesto la censura, per il direttore del Dipartimento di studi umanistici e per il coordinatore del corso ha proposto la sospensione. Nel frattempo il Collegio di disciplina è stato sciolto, e l’ateneo ha pubblicato un avviso per individuarne i nuovi componenti esterni.
Otto dei docenti colpiti si sono rivolti al Tar. Contestano al rettore un uso distorto del potere di indagine e sostengono che abbia agito sulla base di un giudizio negativo già formato. Lamentano inoltre che non sia stato richiesto il parere del Collegio di disciplina. Nel merito ricordano che il corso non si riduceva alle videolezioni: comprendeva seminari online, didattica interattiva, esercitazioni, relazioni e verifiche. Il 31 ottobre hanno diffuso una replica in cui insistono sulla regolarità del loro lavoro e fanno notare che la censura è arrivata ad aprile, due mesi dopo la chiusura del corso. Il passaggio più politico della loro difesa è un altro. Una diversità di vedute sulla bontà della didattica a distanza, scrivono, è legittima e appartiene alla normale dialettica culturale degli organi di ateneo. Non può trasformarsi in materia disciplinare, perché un procedimento disciplinare deve fondarsi sulla violazione della legge e non sul punto di vista personale di chi ricopre pro tempore una carica di governo.
Qui sta il nodo della vicenda, che tiene insieme due piani da non confondere. Il primo è contabile e amministrativo: se ci sono state ore dichiarate e non svolte, compensi non dovuti, lezioni riciclate spacciate per didattica nuova, si tratta di fatti accertabili, e la Corte dei conti ha già detto la sua. Il secondo riguarda il governo dell’università: fin dove arriva il potere di un rettore di indagare sui propri docenti, e quanto pesa la sua visione dell’insegnamento nelle decisioni disciplinari. Montanari non ha mai nascosto la sua diffidenza verso la didattica telematica, e proprio questa posizione nota permette ai ricorrenti di presentare l’intera operazione come una battaglia culturale condotta con strumenti punitivi.
Toccherà ora al Tar stabilire se le procedure siano state corrette, e al nuovo Collegio di disciplina pronunciarsi sul merito delle contestazioni. Per un ateneo piccolo e di lunga tradizione, nato per insegnare l’italiano agli stranieri e proiettato per vocazione verso l’esterno, la ferita resta comunque aperta. Qualunque sarà l’esito, rimarrà la questione di come si governa una comunità accademica quando il confronto tra idee diverse diventa un conflitto davanti ai giudici.





