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SPETTATORI PER UNA SETTIMANA
7 Giugno 2026A Roma, nel giugno del 2026
Alberto Olivetti
DIVANO La rubrica settimanale di arte e società. A cura di Alberto Olivetti
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Un sosia di Robert Francis Prevost è seduto su una poltroncina pieghevole di faggio. Veste l’abito candido di Leone XIV, felicemente regnante, e benedice i turisti che gli formicolano intorno curiosi, in piazza del Popolo, a Roma. Quando apre le braccia in un gesto di magnanima accoglienza, gli astanti, qui convenuti da ogni parte del mondo, moltiplicano gli scatti dei cellulari e chiedono il privilegio di un selfie che, per solito, il pontefice concede annuendo con un misurato cenno della testa. A debita distanza dalla bianca pantofola, ma a portata d’occhio, sta una vecchia scatola di latta da biscotti, ove è possibile depositare l’Obolo di san Pietro.
Ai piedi dell’obelisco, poggiata una sua capiente valigia sul primo dei gradini; dinanzi ad una delle quattro impassibili leonesse marmoree incaricate di alimentare d’un getto continuo le acque delle luccicanti vasche circolari; un uomo, atteggiato il corpo nella geometrica immobilità d’un faraone della dinastia dei Tolomei, ha il volto coperto da una maschera d’oro. Indossa un aderente costume a fasce d’oro, non zecchino, ma coriaceo alle tignole, se proviene dai depositi di Cinecittà, nuovo come ai tempi del cinema peplum, ancora intatto dopo settant’anni di assalti di schiere di tarme. E d’oro sono i calzari e il copricapo, con tanto di ureo prominente, il cobra sacro che sputa micidiale fuoco sui nemici dell’Egitto. I bambini indicano questa statua ai genitori, che mostrano di non saper cosa rispondere e, quando un pargolo cerca di toccar con mano le metalliche fasce, lo tirano prontamente indietro non senza qualche strillo di protesta del piccolo erede di san Tommaso.
Intanto tre o quattro, lasciato il Bengala e fattisi romani, ai margini della piazza con gesto ripetuto e potente lanciano in aria certi uccelli meccanici che, da quelle straordinarie altezze, planano ad ali spiegate a terra, dolcemente. Dove capita. Ora accanto alle casse di amplificazione di una giovane cantante di country music che strilla Take me home, country roads; ora vicino alla famiglia di cani di sabbia (col rischio di sciupare il lavoro. Un po’ di attenzione santiddio, c’è la madre cagna che allatta quattro cuccioli!). Effimera scultrice, una tenue fanciulla tatuata viene amorosamente modellando il gruppo canino con una paletta, sul marciapiede, all’imboccatura di via del Corso a lato della chiesa di Santa Maria dei Miracoli.
A pochi passi, sulla via del Corso, quasi davanti al palazzo ove una targa recita: «In questa casa/immaginò e scrisse cose immortali/Volfango Goethe/Il Comune di Roma/a memoria del grande Ospite/pose/1872», tra ghirlande di gialli limoni di plastica apre i battenti uno spaccio di limonate fresche che cameriere dai grembiulini gialli servono agli avventori seduti ai gialli tavolini disposti su una pedana tinta di giallo. Dovuto, discreto omaggio a Goethe, al suo Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn? (Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?).
Sul sagrato della Basilica dei Santi Ambrogio e Carlo hanno appena steso una spessa trapunta, un ampio tappeto imbottito. A semicerchio, tra i passanti alcuni già si collocano in attesa dello spettacolo. Gli atleti si stanno preparando. Chi muove di qua e di là il collo, chi rotea i polsi come avvitasse e svitasse un bullone, chi si friziona le caviglie. Sono quattro o cinque i ginnasti. Ecco, restano a torso nudo e scalzi. Ora il primo prende posto al centro del tappeto. Cade il brusio tra gli spettatori. Il corpo immobile in posizione eretta. All’improvviso, come una molla potente gli fosse scattata dentro, un balzo lo proietta in alto, poi un precipitare senza toccar terra, con la sola mano destra appoggiata. Vi concentra tanta energia da imprimere un secondo contorcimento a mezz’aria e, di nuovo uno sfiorare il tappeto con la sinistra, ma appena, ed elevarsi in un avvitamento rutilante che d’un tratto si blocca. L’atleta sta ora ritto a piè pari senza un ansito e fronteggia spavaldo il suo pubblico. Applauso. Esce dal perimetro della trapunta. Cede il posto a un compagno che parte a razzo, guadagna il tappeto e vola in un salto mortale carpiato.
A Roma Capitale, un pomeriggio di giugno dell’anno 2026.





