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Una mostra racconta il rapporto tra l’artista e Urbano VIII, restituendo lo spaccato di un mondo complesso, violento e visionario
testo di Irene Baldriga
Per essere un uomo che non aveva mai lasciato Roma (nato a Napoli nel 1598, era giunto nella città dei papi bambino), Gian Lorenzo Bernini dovette compiere un enorme sforzo mentale e logistico per compiere il suo viaggio a Parigi all’età di 67 anni. Di quel soggiorno – frutto delle complesse relazioni diplomatiche tra la Chiesa e la Francia – rimane un celebre diario, incredibilmente denso di riflessioni e di dettagli, composto da Paul Fréart de Chantelou, maestro di casa di Luigi XIV, collezionista e mecenate incaricato di introdurre il grande artista al milieu francese. Tra le molte annotazioni, costui riportava: «In ogni conversazione, [Bernini] mi ha quasi sempre citato Urbano VIII a proposito di ogni sorta di argomenti, sia per raccontarmi alcuni tratti della sua personalità, sia per farmi conoscere la grande familiarità che aveva con lui».
Il legame strettissimo tra i due personaggi, principali artefici della formidabile stagione del barocco romano, è confermato da questa come da una quantità di altre fonti, che in modo più o meno diretto testimoniano il ruolo decisivo che il più volitivo papa del Seicento ebbe nel guidare l’ascesa di Gian Lorenzo. Ancora cardinale, Maffeo Barberini aveva riconosciuto nel giovane artista l’eccellenza tecnica e il talento creativo
che occorrevano per dare forma e immagine al suo ambizioso disegno di rinnovamento politico e culturale. Come Giulio II si era affidato al genio di Michelangelo per celebrare l’affermazione della propria casata e del papato, così Urbano avrebbe convogliato su Bernini le sue più magniloquenti visioni, a partire dal completamento della basilica di San Pietro. Poco dopo la sua elezione, avvenuta nel 1623, Urbano affidò proprio a Bernini, contro il parere della Congregazione dei Cardinali, il compito di sovrintendere i lavori di sistemazione e arredo dell’immensa crociera posta al di sopra della tomba di Pietro, facendo di lui il regista di un gigantesco cantiere che si sarebbe protratto per decenni. Riuscì così nell’intento di consacrare la basilica avviata centoventi anni prima proprio per volontà di Giulio II, il papa che aveva ordinato l’abbattimento dell’edificio costantiniano, affidandone la ricostruzione a Donato Bramante. Il 18 novembre del 1626, tra mille difficoltà e oscuri presagi, il papa Barberini celebrò il rito solenne della consacrazione nel portico della basilica, di fronte a una folla di fedeli adoranti.
L’ideale continuità con Giulio II incoraggiò Urbano ad avvalersi di un artista “prediletto” che potesse replicare la grandezza del Buonarroti, eguagliandone la versatilità tecnica e la capacità di condurre imprese eroiche per dimensioni, potenza retorica e complessità esecutiva. Bernini divenne dunque l’araldo della nuova era che Urbano voleva incarnare: “un’età dell’oro” che potesse restituire alla Chiesa piena centralità politica, perseguendo al contempo un vero progresso nelle scienze e nelle lettere.
Il fermento eclettico di cui il papa Barberini si fece promotore fu così intenso e articolato da rendere quasi impossibile, oggi, una sua sintesi efficace e convincente. Le mostre recenti proposte dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma, a partire da “L’immagine sovrana” del 2023 e “La Città del Sole” del 2025, hanno dimostrato la necessità e l’importanza di approfondire aspetti specifici di quel momento mirabile.
Il nuovo progetto espositivo “Bernini e i Barberini”, curato da due valenti studiosi come Andrea Bacchi e Maurizia Cicconi, si pone in piena continuità con questo percorso di ricerca e di rivelazione verso il grande pubblico, affrontando in questo caso il papato di Urbano attraverso l’esperienza del suo artista più talentuoso e devoto: una parabola che viene così analizzata in una sorta di “prospettiva bifocale”. La narrazione si dipana in temi e momenti cruciali del rapporto tra i due: la conquista dell’autonomia del giovane artista dalla bottega del padre, in una sezione davvero straordinaria in cui – accanto a opere già note e comunque mirabili, come il San Lorenzo degli Uffizi – spicca il bellissimo San Sebastiano di Jouy-en-Josas, inarcato di una posa tormentata e impossibile che appare come un esercizio di bravura e di “terribilità”; il genere del busto ritratto, che vive proprio in casa Barberini una sorta di rinascita “mondana”, affrancandosi dal vincolo della scultura funebre ed entrando nelle gallerie per assecondare esigenze e capricci di effigiati viventi; il cantiere di San Pietro come luogo di massima affermazione del “genio” di Bernini; e infine il rapporto complesso di Gian Lorenzo con la pittura, per lui sicuramente secondaria rispetto al lavoro scultoreo, ma al tempo stesso concepita – come sottolinea Tomaso Montanari nel catalogo – come un “fatto privato”, ovvero vissuta come espressione di una “libertà” che emerge soprattutto nei ritratti di persone semplici, scelte al di fuori della cerchia papale e della nobiltà.
Al di là degli importantissimi prestiti e del valore
degli studi che l’hanno resa possibile, la rilevanza della mostra sta nell’offrire ai visitatori lo spaccato di un mondo straordinariamente complesso, fatto di relazioni fittissime, di raffinate elaborazioni culturali, ma anche di calcoli spregiudicati, di violenza, di contrasti durissimi e di sublimi visioni. Le
Apes urbanae, di cui il papa amava circondarsi, ricorrono in questa come nelle mostre già citate: artisti, mecenati, scienziati che, a costo di non pochi timori e patimenti, alimentarono la corte pontificia con il miele delle loro intelligenze e dei loro talenti. Senza il fermento del loro alveare sarebbe impossibile comprendere l’esperienza e il talento di Gian Lorenzo Bernini, per il quale fu decisivo non soltanto il legame diretto con il pontefice, ma anche il modo in cui Urbano contribuì ad orientarne l’opera e la ricerca espressiva.
Nella sua volontà di disporre di “un altro Michelangelo” (Baldinucci), egli incoraggiò Bernini a misurarsi con il sommo artista: sperando, invano, di indurlo a praticare l’affresco e di fare della Loggia delle Benedizioni la Cappella Sistina del suo pontificato e persino procurandogli marmi incompiuti su cui intervenire. Testimonianza incontrovertibile dell’auspicata emulazione del Buonarroti è una lettera di Maffeo al fratello Carlo, inviata il 12 ottobre 1618, in cui si fa riferimento a una «statua già cominciata da Michelangelo », disponibile «a buon mercato », da poter affidare proprio alle mani di Gian Lorenzo («la piglierei perché il figlio del Bernino che fa grande riuscita la perfettionerebbe»). Lo stesso “bel composto”, costantemente celebrato come sintesi della multiforme creatività berniniana, veniva descritto da Baldinucci come un prodotto dell’intelligenza di Urbano: una lettura che Andrea Bacchi ritiene del tutto plausibile, poiché il pontefice vedeva in Gian Lorenzo la possibilità di congiungere la massima espressione (e saturazione) delle tre arti. La fusione di pittura, scultura e architettura – pienamente raggiunta nella Cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria – va intesa non solo come combinazione, ma intreccio e sovrapposizione di effetti che a più riprese ritroviamo nelle creazioni berniniane, laddove nel bronzo o nel marmo egli arriva a conseguire qualità puramente pittoriche (segnalo i due bellissimi Pietro e Paolo “ritratti” sul busto bronzeo di Urbano VIII proveniente da Spoleto).
La mostra di Palazzo Barberini lascia in-tendere la cura e la competenza con cui le singole opere sono state scelte e presentate, nel desiderio di restituire il contesto che ne ha visto la nascita e di incoraggiare il pubblico a leggere e a osservare, confrontando tecniche e materiali, rilevando i segni del processo di invenzione negli schizzi e nella manipolazione (è esposto l’unico bozzetto superstite dei venti realizzati per il colossale San Longino di San Pietro), fino a cogliere l’ardire di una pietra che appare morbida come la viva carne o a comprendere il diretto rapporto che si consumava tra antico e moderno e tra pittura e scultura: a volte con scambi felici, come quello affascinante – così ben descritto da Stefano Pierguidi in un saggio densissimo di riferimenti – tra Bernini e Guido Reni. “Bernini e i Barberini”, a cura di Andrea Bacchi e Maurizia Cicconi. Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica – Palazzo Barberini. Fino al 14 giugno. Catalogo Allemandi. Info barberinicorsini.org





