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26 Aprile 2026Con le parole «al neon » del pensatore francese Michel Foucault (e le opere che hanno segnato una carriera), Joseph Kosuth , maestro dell’arte concettuale, è in mostra alla Casa dei Tre Oci di Venezia. Da qui risponde alle domande di un altro grande esploratore del «senso» e del linguaggio, Maurizio Cattelan . Il risultato è un dialogo sulla creatività «che non vuole definizioni», sull’autenticità necessaria per resistere al mercato, sugli esempi del passato. Dice l’americano: «Non denigriamo tutto il lavoro dei morti solo perché ci capita di essere vivi»
conversazione di MAURIZIO CATTELAN con JOSEPH KOSUTH
MAURIZIO CATTELAN — Joseph, hai riempito l’androne della Casa dei Tre Oci di Venezia con un testo del filosofo francese Michel Foucault che parla di «somiglianze» e «convenienze». Ma se, come suggerisce il titolo della mostra (The-exchange-value-of-language-has-fallen-to-zero), il valore di scambio del linguaggio è sceso a zero, non sarebbe stato più coerente lasciare le pareti completamente bianche?
JOSEPH KOSUTH — Sarei tentato di rispondere: «Come puoi essere sicuro che non l’abbia fatto?». Il suggerimento, quindi, è che il mio testo abbia una relazione di tipo «meta» con lo spazio dell’intera mostra. Il punto è che le questioni rilevanti nell’arte rimangono di natura ontologica.
MAURIZIO CATTELAN — Hai vissuto a Venezia per molti anni e visto passare decine di Biennali. Secondo te l’arte concettuale è l’unica cosa che non è ancora affogata in Laguna o è diventata un pezzo d’antiquariato, rassicurante come i mobili del Settecento?
JOSEPH KOSUTH — Non le ho solo «viste», ma ho partecipato a molte Biennali, il che offre una prospettiva significativamente diversa. In altre parole, non sono una vittima passiva. Nella mia esperienza, quando era valida, l’arte concettuale ha effettivamente rimosso i mobili dalla stanza.
MAURIZIO CATTELAN — L’opera A Chain of Resemblance trasforma la filosofia in un oggetto luminoso. Pensi che i visitatori si fermino davvero a riflettere sull’epistemologia o che il neon sia diventato solo la luce perfetta per l’angolazione di un selfie?
JOSEPH KOSUTH — Il bello di ciò che i visitatori offrono all’opera è la loro specifica dose di ignoranza verso ciò che vedono. La tua domanda abbraccia elegantemente l’intera gamma di possibilità.
MAURIZIO CATTELAN — Hai dedicato opere a Piet Mondrian, Immanuel Kant, Franz Kafka e ora a Foucault. Ti senti più un artista che crea mondi o un traduttore che dà una nuova luce al genio di chi non c’è più?
JOSEPH KOSUTH — Come puoi dire che non sono più con noi? Il discorso a cui si riferisce la tua domanda ti contraddice. L’implicazione della tua domanda è rischiosa, quindi non denigriamo tutto il lavoro dei morti solo perché ci capita di essere vivi. Almeno apparentemente.
MAURIZIO CATTELAN — Per l’Università Ca’ Foscari hai lavorato su Carlo Scarpa. Lui usava il cemento e l’acqua, tu usi le definizioni del dizionario. Chi dei due, alla fine, ha lasciato un segno più «concreto»?
JOSEPH KOSUTH — Ho usato definizioni di dizionario tra il 1966 e il 1968. Dobbiamo tornare indietro di quasi sessant’anni per trovare esempi pertinenti? Grazie per il complimento, sei troppo gentile! Per rispondere in altro modo: il mio contributo è stato utile, e ne abbiamo visto le modalità, ma quello di Carlo è stato utile in senso strettamente pratico.
MAURIZIO CATTELAN — Hai sempre sostenuto che l’arte è un’idea: «Art as Idea as Idea». Ma oggi che le idee volano veloci nel cloud, il peso di un’intuizione si misura ancora in intensità intellettuale o ha finito per misurarsi nel valore di mercato?
JOSEPH KOSUTH — Beh, sono proprio questi i due corni del nostro dilemma, non trovi? Fare arte significa produrre senso, e noi artisti siamo impegnati in una costante lotta con il mercato per stabilire chi, o cosa, debba fornire tale significato. Probabilmente — e lo dico con ottimismo — solo la nostra «intensità intellettuale» potrà garantire quell’autenticità necessaria a resistere al collasso del senso artistico verso ciò che il mercato propone.
MAURIZIO CATTELAN — Usi il neon da decenni. Quando si fulmina una lettera in una tua installazione, l’opera acquisisce un nuovo significato o la consideri solo un silenzio imprevisto nel discorso?
JOSEPH KOSUTH — L’opera continua a mantenere tacitamente il suo significato mentre aspetta di essere «riparata».
MAURIZIO CATTELAN — Joseph, hai mai avuto il desiderio proibito di dipingere un tramonto — o magari un cane — senza sentire il bisogno di spiegare perché lo stavi facendo?
JOSEPH KOSUTH — Non è questo il tipo di «desiderio proibito» che mi preoccupa.
MAURIZIO CATTELAN — Se potessi cancellare una sola parola da tutti i dizionari del mondo per vedere l’effetto che fa sulla realtà, quale sceglieresti?
JOSEPH KOSUTH — La parola «Dizionario» sulla copertina.
MAURIZIO CATTELAN — È più gratificante essere compresi nel profondo da dieci filosofi o essere amati da mille persone che non sanno nemmeno chi sia Ludwig Wittgenstein?
JOSEPH KOSUTH — Il mio obiettivo è sempre stato quello di essere capito da mille filosofi, affinché ognuno di loro potesse poi spiegare con profondità e convinzione a dieci persone diverse perché Wittgenstein è importante.
MAURIZIO CATTELAN — L’arte concettuale ha davvero vinto la sua battaglia o è diventata il «font» elegante di un sistema che ha esaurito le cose da dire?
JOSEPH KOSUTH — L’arte concettuale, per come la intendo io, è un riesame metodologico del fare arte — e dunque del suo senso — che la svincola da ogni definizione a priori. In quest’ottica, l’arte è un verbo, non un sostantivo.
MAURIZIO CATTELAN — Qual è la prossima mostra che andrai a vedere?
JOSEPH KOSUTH — A questa proprio non posso rispondere.
MAURIZIO CATTELAN — Un’ultima domanda, la più difficile. Se fossi un testo filosofico, quale saresti?





