
The Architecture of Silence
26 Aprile 2026
E L’ARTE TRASFORMALA FILOSOFIA IN LUCE
26 Aprile 2026La Pacem in Terris di Papa Giovanni fu una svolta nel pensiero cattolico sulla guerra. Da allora sempre confermata. Ma nella realtà effettuale dei nuovi imperi basta l’appello morale? Per parlare di pace, alla Chiesa serve un piano B
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Si usa l’aggettivo “profetico” per indicare qualcosa di indefinito, senza ancora un riscontro effettuale ma che un giorno l’avrà eccome, i profeti a questo servono. E’ tornata di prepotenza nel discorso pubblico, visti i tempi, la Pacem in Terris di Papa Giovanni, salutata da un profluvio di “profezia”. Bad rethoric, direbbero gli inglesi, per un’enciclica promulgata 63 anni fa, 1963, e invecchiata non proprio benissimo. Del resto anche Filippo Tomaso Marinetti (pure le sue idee non sono invecchiate benissimo, oggi al massimo piacerebbero a Trump) aveva scritto L’aeroplano del Papa. Romanzo profetico in versi liberi, profetizzando di voler “svaticanare l’Italia” a furia di guerre. Ora però la terza guerra mondiale non più a pezzi ma ben saldata sui fronti (Francesco aveva visto bene, ma per difetto), le minacce di Trump di distruggere in una notte un’intera civiltà e lo scontro tra Amministrazione americana e Papa Leone XIV hanno riportato in auge l’enciclica sulla pace in terra. Ha ricordato in un articolo Lucio Brunelli che quell’11 aprile 1963, Giovedì santo, “sarebbe stata l’ultima Pasqua celebrata dal ‘Papa buono’… Il mondo usciva da una crisi internazionale – quella dei missili sovietici destinati a Cuba – che aveva tenuto il mondo intero col fiato sospeso. Lo scoppio di una nuova guerra mondiale, con l’uso delle armi nucleari, sembrava uno scenario orribilmente vicino”.
Che l’enciclica abbia rappresentato un’innovazione nello sviluppo plurisecolare del pensiero della Chiesa sulla guerra è stato più volte riconosciuto. Si potrebbe solo notare che l’ultima fatica di Giovanni XXIII è un testo verboso, generico la sua parte. Il primo capitolo è un lungo sermone generalista sull’ordinamento della buona convivenza tra i popoli, “nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio”, però sempre turbato dal “disordine che regna tra gli esseri umani e tra i popoli; quasicché i loro rapporti non possono essere regolati che per mezzo della forza”. La parola “disarmo” arriva soltanto al punto 59: “Ci è pure doloroso costatare come nelle comunità politiche economicamente più sviluppate si siano creati e si continuano a creare armamenti giganteschi; come a tale scopo venga assorbita una percentuale altissima di energie spirituali e di risorse economiche”. Poi il punto cruciale, più celebre: “Riesce quasi impossibile pensare che nell’èra atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia”. Un passo in più rispetto alla “inutile strage” di Benedetto XV, la minaccia nucleare per Roncalli esclude ogni possibile (un tempo) “guerra giusta”. Ha notato Brunelli che il testo latino, quello ufficiale, conteneva un’espressione più radicale del “quasi impossibile pensare” delle traduzioni: “Alienum est a ratione”. Profetico, si dice.
Quella che è stata correttamente interpretata, a partire dalla Pacem in Terris, come una progressiva “delegittimazione teologica dei conflitti” non è però un percorso lineare. Adriano Sofri nei giorni scorsi sul Foglio ha annotato che “lo svolgimento della posizione della Chiesa ha conosciuto bensì avanzate e ritirate e digressioni”, arguendo che “la pace stia nel cammino infinito per fare le paci”. Queste “avanzate e ritirate e digressioni” sono un inciampo che nega in radice ogni balzo in avanti “profetico” e ogni scomunica latae sententiae della dottrina tradizionale, se non della guerra giusta, quantomeno di quella legittimata dalla difesa. Fu Paolo VI a istituire la Giornata mondiale della Pace, lui a scrivere la Populorum Progressiodecisamente più ardita, anche sul diritto dei popoli, dell’enciclica di Roncalli. Ma fu Giovanni Paolo II a intrecciare continuità e discontinuità. Basterebbe ripercorre il suo poliedrico pontificato in materia. Wojtyla ha alternato la condanna radicale della guerra, “oggi la portata e l’orrore della guerra moderna, sia essa nucleare o convenzionale, rendono questa guerra totalmente inaccettabile” (Coventry, 1982) e l’anatema durante la visita a Hiroshima nel 1981, alla richiesta di bombardamenti umanitari nei Balcani fino all’elaborazione di una inedita dottrina dell’ingerenza umanitaria. Una visione “quasi medievale”, ma costante dei papati novecenteschi per i quali “solo il perseguimento di un ordine voluto da Dio può portare alla costruzione di una pace autentica” e solo la Chiesa può dunque indicarne la via. Lo scrisse Daniele Menozzi, storico oggi emerito della Normale in un saggio molto documentato, Chiesa, pace e guerra nel Novecento – Verso una delegittimazione religiosa dei conflitti, in cui collocava un nuovo punto di svolta in Benedetto XVI, che nel 2007 aveva detto: “La non violenza per i cristiani non è un mero comportamento tattico, bensì un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità”.
Tra profezia e realismo, tra pacifismo integrale e non violenza (l’altro nome, meno ideologizzato e più apprezzato dalla Chiesa). Di fronte c’è il pensiero tradizionale che, senza per forza dover risalire ad Agostino e Tommaso, è ancora presente anche nella Gaudium et Spes che consentiva il ricorso alla forza, ma solo “senza pregiudizio dei diritti e dei doveri degli altri”. Un teologo e politico di scuola tradizionale (non tradizionalista) come don Gianni Baget Bozzo sosteneva: “La pace è una dimensione escatologica, perché è dono di Dio ed è compito della chiesa annunciarla agli uomini. Ma per sua natura la chiesa non può nemmeno sottrarsi alla dimensione storica, nella quale i conflitti esistono perché fanno parte della vita imperfetta degli uomini. Si può forse fare obiezione di coscienza alla storia?”. Molti sostengono che il
salto quantico sia stato compiuto da Francesco, di cui la famosa “pace disarmante e disarmata” di Leone sarebbe uno svolgimento. In un recente intervento, il presidente della Pontificia Accademia di Teologia, Antonio Staglianò, ha sostenuto che “le mediazioni storiche non sono eterne. Sono riformabili alla luce del Vangelo”. Aggiungendo un esempio un po’ forzoso: “Quando Papa Francesco ha tolto la pena di morte dal Catechismo, non ha cambiato il Vangelo. Hacambiato la traduzione del Vangelo in una norma storica”. Togliere la guerra dal catechismo del mondo è più complicato, Baget Bozzo avrebbe detto che non è solo questione di evoluzione storica, c’è anche da decidere se la fede abbia a che fare con la realtà effettuale.
Ma nei giorni in cui il bellum omnium contra omnes sembra avvicinarsi, il cui un presidente muove guerre in nome del dio Maga senza ritenere di chiedere permessi al diritto internazionale (puramente retorico? Ancora esistente?) il punto da capire non riguarda solo Vangelo e dottrina, ma se esista una ricaduta politica, e quale, della “nuova” e ribadita delegittimazione dei conflitti. Al momento la Chiesa si limita ad auspicare come unico scenario lecito la “pace in terra” – che nella Bibbia è però soltanto nelle profezie di Isaia, “il leone giacerà con l’agnello”. Una frase di Bergoglio a proposito dell’Ucraina viene spesso citata come insuperabile red line: “La pazzia! La vera risposta, come ho detto, non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato – non facendo vedere i denti, come adesso – un modo diverso di impostare le relazioni internazionali”. Riletta quattro anni dopo appare destituita di realismo: come potrebbe difendersi un popolo aggredito? Le polemiche arrivano fino agli accadimenti di questi giorni. Non si può fare guerra in nome di Dio, è blasfemia, ha detto Papa Leone a Trump. Persino J.D. Vance ha dovuto riconoscere a denti stretti che ha ragione. “Io non ho paura dell’Amministrazione Trump”, fa detto il Papa, “parlo del Vangelo e continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra”. La guerra “non è mai inevitabile”, ma esattamente come “shit happens”, anche le guerre accadono. Non è un gioco evangelico. Tutte le guerre sono uguali? C’è differenza tra difendere e offendere? Il magistero della Chiesa, confermato dai Papi, appare incontrovertibile. Ma somiglia più a un’opzione morale che a un programma concreto. E questo accade proprio mentre la Chiesa sembra investita, anche dall’opinione pubblica esterna, di un nuovo ruolo politico. Basta la morale? In Africa Leone ha condannato “despoti e tiranni del corpo e dello spirito”. Molte approvazioni, ma manca il piano per neutralizzarli, a parte ovviamente l’azione e la testimonianza dei cristiani: un tempo si diceva che i cristiani agiscono nel “campo pre-politico”. La Pacem in Terris parlava di un mondo che non c’è più, Roncalli elogiava la nascita dell’Onu, Montini fu il primo Papa a mettere piede oltre Atlantico, ma per recarsi alle Nazioni Unite. Leone si è rammaricato per il mancato rinnovo del Trattato New START tra Stati Uniti e Russia, ma oggi le minacce nucleari vengono dall’Iran, dalla Corea del Nord, dai rough state. Anziché rimanere ancorati al post Guerra fredda, sarebbe forse più utile misurarsi col pensiero di Alex Karp, il capo di Palantir, quando afferma che l’èra atomica si sta concludendo, perché la nuova deterrenza sarà nelle mani di chi avrà il controllo delle armi basate sull’AI. Non un pensiero rassicurante, né desiderabile. Ma effettuale. Karp nel suo libro La Repubblica tecnologicamette in esergo una frase di Michael Sandel, sociologo e guru del pensiero comunitario, un progressista: “I fondamentalisti si precipitano dove i liberali hanno paura a passare”. E dove anche il pensiero cattolico (forse) ha smesso di indagare. Il cardinale Pietro Parolin, in una recente Lectio magistralis alla Pontificia Accademia Ecclesiastica ha invitato ad “analizzare i rapporti internazionali” per “identificare le strade per superare ostacoli in modo preciso e concreto, anche quando sembra prevalere un senso di impotenza”. E ha spiegato: “E’ il momento di concorrere allo sviluppo di una dottrina rispondente alla situazione odierna… Se di fronte al nuovo ordine internazionale determinatosi nel XVI secolo, la Scuola di Salamanca da cui nasce il moderno diritto internazionale, aggiornava la visione della ‘guerra’ sistematizzata da Tommaso d’Aquino, così oggi appaiono necessarie argomentazioni capaci di superare i limiti e lebarriere che, prima di essere materiali, sono spesso quelli dell’animo”. Ci sono interi territori da arare, ma la parte forse più sorprendente della Lectio è quella in cui Parolin, dopo aver denunciato crisi del multilateralismo, si riaffida alla Gaudium et spes: “Fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un’autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa”. Visione novecentesca, come se non si fosse ormai ben oltre la fine di quel quadro internazionale. Il mondo post Yalta non c’è più, oggi ci sono cinque o sei imperi che tornano a confrontarsi con logiche di potenza. L’Onu non solo è bloccato nel suo (ipotetico) funzionamento dalla presenza nel Consiglio di sicurezza di due minacciose dittature. Qualche settimana fa è stato nominato vicepresidente della Commissione per lo sviluppo sociale, incaricata di attuare la Carta delle Nazioni Unite, un iraniano; l’Arabia Saudita ha avuto la presidenza della Commissione sulla condizione delle donne. E’ questo regolatore internazionale il punto di riferimento speranzoso della Santa Sede? Oggi il potere formalmente democratico supernazionale è aggirato dalle Big Tech digitali, che non rispondono ad alcun potere statuale. Sergio Mattarella le definì, non a caso, “i neo feudatari del Terzo millennio”. E’ facile scandalizzarsi per le affermazioni di Peter Thiel, non tanto sull’Anticristo quanto sulla democrazia che non serve più. Ma sono analisi basate sui fatti. Il discorso novecentesco cui la Chiesa sì è più volte allineata prevede che l’autorità internazionale dovrebbe essere l’unica a poter disporre legittimamente della forza. Ci faremo garantire ai Caschi blu? Basta l’elenco. Il genocidio del Ruanda permesso senza saper intervenire, gli occhi chiusi e indifferenti a Srebrenica, la fuga dalla Somalia in mano ai Signori della guerra e, ancora nel 2024, il ritiro dal Congo; accuse ricorrenti di abusi sessuali. Sono questi i nuovi lanzichenecchi della legalità internazionale? Qualche giorno fa lo scrittore Javier Cercas ha detto alla Stampa: “Non basta dire no alla guerra perché ci sono anche guerre da fare… Siamo tutti contro la guerra, ma in pratica come si fa perché non esistano?”. Nel suo primo messaggio per la Giornata della Pace Leone ha parlato di “una pace disarmata e disarmante”. La domanda è se sia profezia o concreta possibilità. La Chiesa può scegliere la profezia, e la via della non violenza non solo è valida ma doverosa; ma la domanda di Cercas, che ha scritto un bellissimo libro su Papa Francesco, rimane. Perché i punti di riferimento su cui appoggiare questa visone sono oggettivamente deboli, non attuali. L’altra sponda è il diritto internazionale, concetto sempre meno preciso. Lo si è invocato per l’Iran. Ma i gruppi terroristici che l’Iran da decenni arma e scavalcano mari e stati rispondono al diritto internazionale? Il “Board of peace” immobiliare di Trump è risibile e anche osceno, ma il Vaticano sulla soluzione della questione israelo-palestinese non si è molto spostato dall’allocuzione Causa nobis (1921) del Papa pacifista Benedetto XV, che denunciava i diritti dei cristiani in Palestina sacrificati a vantaggio del sionismo. Certo, si dirà: molti altri passi avanti e tentativi sono stati fatti dalla Santa Sede in cento anni, a partire dal riconoscimento dei due Stati; ma non sembra nei poteri della Chiesa convocare un “board of peace” alternativo. L’autorità morale della Chiesa e la sua intenzione “profetica” non sono minimamente in discussione, né sminuite. Il punto è semmai, laicamente e rispettosamente, domandarsi se il suo orizzonte oggi sia o debba essere limitato a una predicazione di irenismo integrale (Leone: “Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace!”) o se sia venuto il momento di ripensare una dottrina coerente e spendibile nel mondo della terza guerra mondiale e dei nuovi imperi. Nei decenni scorsi sono stati molti i moniti, anche da parte dell’“agostiniano” Benedetto XVI, a rifiutare la teologia politica, cioè l’idea di fornire al potere umano una legittimazione religiosa. Ma oggi, con un presidente di religione Maga, la Chiesa dovrebbe anche evitare di farsi irretire nella pretesa, cui molti la chiamano, di incarnare una opposta teologia politica, confusa la sua parte. Molti pensano che il Papa non sia solo il punto possibile d’equilibrio mondiale, ma innanzitutto il primo oppositore di Trump e del cattolicesimo americano che negli ultimi decenni ha preferito i repubblicani al secolarismo spinto delle presidenze democratiche (compresa quella del cattolico Biden). Giovedì il professor Massimo Faggioli, storico della chiesa d’area progressista esperto di America, ha scritto per il Monde che “le politiche del Vaticano sono chiaramente in contrasto con la visione del mondo della presidenza Trump”, ragionando sul fatto che la spaccatura riguarda il cattolicesimo americano in generale, e che proprio lì potrebbe inserirsi il magistero del Papa per modificare gli equilibri. Poi c’è il pensiero parallelo di chi sogna un ruolo di federatore giobertiano per il Papa. Non potendo dar conto di tutte le voci, useremo a sintesi un editoriale di Carlo Verdelli sul Corriere di qualche giorno fa, stupefacente per banalità già dal titolo: “Il megafono papale per la pace”. Scrive Verdelli che “all’improvviso si è levata una voce che ha denunciato i signori della guerra e ha riacceso una piccola luce di speranza”. La perfetta continuità con Francesco, eccetera, ma “con una differenza sostanziale: adesso quella voce rimbomba molto più forte, come se parlasse da un megafono. E l’amplificatore globale glielo ha messo in mano Donald Trump”. “Visti l’impennata degli indici di gradimento che le sue posizioni stanno ottenendo, e non soltanto tra i cattolici, per suprema ironia della sorte potrebbe persino toccargli in dono il Nobel per la Pace”. Verdelli, evangelicamente, ha fatto emergere i pensieri di molti cuori. Un Papa trasformato nemmeno più in megafono di Dio, ma di un compito sacrale anti trumpiano? Brutta domanda, per una Chiesa che da molto tempo non ha visione e potere civile atti a convocare non una Dieta di Worms, o a mettere in equilibrio i re nella pace di Westfalia, ma per parlare della realtà effettuale. La chiesa può scegliere la profezia, oppure deve cercare un Piano B per la pace. Non si governa coi Pater noster.
Il passo cruciale, più celebre:“Riesce quasi impossibile pensare che nell’èra atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia”
Papa Wojtyla ha alternato la condanna radicale della guerra all’elaborazione di una inedita dottrina dell’ingerenza umanitaria Parolin si riaffida alla “Gaudium et spes” sposando una visione novecentesca, ma il mondo post
Yalta non esiste più E’ giusto chiedersi se per la Chiesa sia venuto il momento di ripensare una dottrina coerente e spendibile nel mondo della Terza guerra mondiale





