
I centri di potere a Siena. Appunti per una mappa — II
6 Maggio 2026
Il mondo si sveglia con un protagonista che non smette di stupire: Donald Trump. Ieri aveva annunciato con grande enfasi una missione di scorta militare americana nello Stretto di Hormuz per proteggere il traffico commerciale dalle crescenti pressioni iraniane. Questa mattina, con la stessa disinvoltura, ha sospeso tutto — “grandi progressi” nei negoziati indiretti con Teheran, ha detto. Il segretario alla Difesa Hegseth ha confermato che il cessate il fuoco con l’Iran “è ancora in vigore”. Ma intanto gli Emirati denunciano di aver subito un attacco con missili e droni, Teheran smentisce qualsiasi responsabilità, e l’esercito iraniano avverte Abu Dhabi di non compiere alcuna “azione ostile” contro la Repubblica Islamica. Un copione già visto: il conflitto si congela sulla superficie mentre sotto continuano a muoversi le placche tettoniche.
L’Iran nel frattempo lavora su più fronti. Il ministro degli Esteri Araghchi è a Pechino, dove la Cina si propone — secondo il Global Times — come interlocutore costruttivo per allentare le tensioni regionali. Costruttivo con qualche riserva: il Wall Street Journal documenta che Pechino continua a fornire materiali a doppio uso alle fabbriche di droni iraniane e russe, aggirando le sanzioni americane. La geometria è quella solita: la diplomazia e gli affari viaggiano su binari paralleli che non si incontrano mai. E l’Iran presenta la sua “Autorità dello Stretto”, un organismo che — nelle intenzioni di Teheran — dovrebbe gestire il traffico marittimo a Hormuz. Una mossa che vale come messaggio politico: il controllo di quello stretto è e resta una questione di sovranità iraniana.
Sul fronte interno, la magistratura di Teheran annuncia nuove misure contro i presunti “mercenari del nemico”, mentre si moltiplicano esecuzioni e confische di beni. La spirale repressiva si intensifica proprio mentre i negoziati con Washington procedono, quasi che il regime volesse compattare il fronte interno prima di qualsiasi concessione esterna.
In Ucraina il paradosso è speculare: le proposte di cessate il fuoco si moltiplicano — Mosca da una parte, Kiev dall’altra — mentre gli attacchi russi hanno causato oltre venti morti nelle ultime ore. L’Ucraina risponde colpendo la raffineria Kinef nell’oblast di Leningrado, forzandone la chiusura. La guerra continua a produrre distruzione mentre i diplomatici producono documenti. Nel mezzo emerge l’inchiesta su Rustem Umerov, l’uomo che per Kiev gestisce i rapporti con Trump: una corruzione che — se confermata — colpirebbe al cuore la credibilità ucraina nel momento più delicato.
In Europa: il governo rumeno è caduto, sfiduciato dal Parlamento. In Portogallo altri quindici agenti di polizia sono stati arrestati nell’ambito di una vasta inchiesta su torture e violenze sessuali ai danni di persone vulnerabili — uno scandalo che cresce e che interroga le istituzioni di uno dei paesi fondatori dell’Unione. A Londra la Metropolitan Police annuncia un’unità speciale per proteggere la comunità ebraica, in risposta a una curva di episodi antisemiti che non accenna a scendere. In Scozia, alla vigilia di elezioni importanti, Reform UK soffia sul fuoco delle proteste anti-immigrazione a Falkirk: la stessa musica che si suona altrove, con lo stesso spartito.
Chiudiamo con Rubio in Vaticano: il segretario di Stato americano assicura che la visita a Roma non ha l’obiettivo di “ricucire” con Papa Leone. Una precisazione che dice tutto su quanto i rapporti tra la Casa Bianca e il nuovo pontefice siano già tesi, ancora prima di qualsiasi incontro formale.





