
Il cavallo e la città. Chi doveva esserci a Roma
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di Pierluigi Piccini
La politica come scenografia
In questo quadro, cosa fa la politica? Fa quello che fa la scenografia in un teatro: definisce il fondale, organizza l’entrata e l’uscita degli attori, dà al pubblico l’impressione che quello che vede sia il dramma principale. Il Comune designa quattro membri su quattordici nella Deputazione Generale della Fondazione MPS. È una quota reale ma non determinante. Il sindaco inaugura, taglia nastri, risponde alle interrogazioni. Ma le grandi scelte si decidono altrove, in stanze dove il voto non entra.
Il problema non è che esistano questi circuiti paralleli. Esistono ovunque, in ogni città italiana di analoga struttura, e spesso funzionano meglio della politica ufficiale. Il problema è che la politica abbia smesso di riconoscere il proprio ruolo limitato e continui a recitare la parte di chi comanda, producendo aspettative che non può soddisfare e risentimenti che non sa gestire.
C’è stato un tempo — e parlo di un tempo che ho vissuto in prima persona — in cui qualcuno riusciva a stare contemporaneamente dentro e fuori da questi circuiti: a usare la legittimità politica del mandato elettorale per dare direzione alle energie che si agitavano nelle stanze notabilari, e a usare il consenso notabilare per dare sostanza alla politica. Erano gli anni in cui Siena trasformava Santa Maria della Scala da ospedale secolare in istituzione culturale, ospitava Giovanni Paolo II, riformava il Palio nel nome del rispetto per i cavalli, stringeva un gemellaggio con Weimar che non era protocollare ma filosofico — una città della cultura che si riconosceva in un’altra. Erano gli anni in cui era ancora possibile sedersi con il Monte dei Paschi ancora solido, con le Contrade ancora fiduciose nelle istituzioni, con un’Università in espansione e una città che credeva nel proprio futuro. L’equilibrio era difficile, non riproducibile per decreto, dipendente da condizioni storiche irripetibili e da una capacità personale di tenere fili diversissimi senza che nessuno si spezzasse. È durato fino ai primi anni del nuovo secolo. Poi i fili si sono allentati uno dopo l’altro, e nessuno li ha ripresi tutti insieme.
La scenografia che si crede il dramma è destinata a restare vuota.
(continua)





