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«C’è ancora domani»… e ancora lo attendiamo

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«C’è ancora domani»… e ancora lo attendiamo

 

ABITARE NELLA POSSIBILITÀ

https://www.laciviltacattolica.it/

C’è ancora domani è la prima opera di Paola Cortellesi come regista, nonché il film italiano dell’anno, fatto confermato da un grande successo al botteghino. La trama è piuttosto «classica», tuttavia riesce ad ampliare e completare gli orizzonti del cammino artistico dell’attrice. Conosciuta principalmente come interprete comica, Cortellesi offre un’opera sostanzialmente drammatica, non priva, però, di scene «leggere», tipiche della commedia all’italiana e dell’umorismo più propriamente personale dell’artista romana.

Che non sia un film dalle tonalità spensierate ce lo dice la (coraggiosa) scelta di girarlo in bianco e nero: è un evidente richiamo allo stile del cinema neorealista del Secondo dopoguerra, filone a cui la regista si ricollega chiaramente, sia per l’ambientazione sia per i temi che sorreggono l’intera trama. Questo espediente filmico, insieme a molti altri, ha il pregio di riportare gli spettatori ai «vissuti» storici e culturali di quegli anni, sfruttando la potenza dell’immersione sensoriale.

Insomma, la regista ci fa «toccare con gli occhi» quel tempo in cui, tra le macerie dell’antico Stato italiano e in una Roma occupata (simbolo di ogni città italiana in ricostruzione), si sono formati i valori della nostra Repubblica: valori che proprio ultimamente sembrano vacillare, sia a livello sociale sia a livello culturale; in verità, ancora molti paradigmi antichi stentano a cedere il passo alla contemporaneità, e tra questi, non ultimo, è proprio il patriarcato.

Infatti, non dimentichiamo che il film in questione è soprattutto una pellicola sulla questione femminile. Purtroppo, con un «triste e doloroso tempismo», che i cuori di tutti avrebbero volentieri evitato, l’uscita nelle sale è coincisa con il grande sdegno suscitato dal femminicidio di Giulia Cecchettin, tragica vicenda che ha scosso le coscienze proprio su questo tema. In questo senso, il cammino e i gesti di libertà e indipendenza della protagonista Delia sono, al tempo stesso, personali e collettivi: essi sono una narrazione del vissuto di tutte le donne che hanno costruito l’Italia e che ci ricordano di non aver bisogno di un uomo per essere difese, promosse e riconosciute, quanto piuttosto di una «voce» con cui esprimersi davvero, affinché i diritti siano riconosciuti ugualmente a tutti. L’abito «da sogno» – simbolo del valore di chi lo porta – non è quello da sposa, quanto piuttosto quello indossato per e nella libertà delle pari opportunità.

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Pierluigi Piccini
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Pierluigi Piccini, laureato in Filosofia, è studioso di storia dell’arte e di cultura contemporanea. Si è formato a Roma nella scuola di Galvano Della Volpe e ha conseguito la laurea magistrale in Scienze Religiose ad Arezzo, la triennale in Storia dell’Arte Sacra e la specializzazione in Storia dell’Arte presso la Scuola di Specializzazione in Beni Storico-Artistici con Enrico Crispolti e Massimo Bignardi. Sta completando la tesi magistrale in Storia dell’Arte. È stato sindaco di Siena e oggi è assessore nel Comune di Piancastagnaio.

Nel suo blog intreccia cultura, politica e società, unendo ricerca estetica, riflessione civile e attenzione ai territori. Siena e l’Amiata diventano luoghi d’osservazione privilegiati da cui pensare il futuro delle comunità, dello sviluppo e della democrazia.

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