
Prima della Costituzione. L’antifascismo come esperienza vissuta e come progetto
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27 Aprile 2026Quest’anno a Piancastagnaio è successa una cosa straordinaria. Giuseppe Sani ha aperto archivi, sfogliato carte, incrociato elenchi e registri, fatto il lavoro che la memoria richiede quando nessuno l’ha fatto prima. Ha riportato alla luce 52 nomi — civili e militari caduti, tra cui i due partigiani che la comunità già conosceva, e cinquanta che nessuno aveva ancora chiamato per nome. Erano lì, negli archivi, in quella zona d’ombra in cui la storia lascia scivolare le storie senza monumento, senza cerimonia, senza nipoti che le ricordano.
La notizia ha attraversato le famiglie. Ha bussato a porte che non sapevano di avere qualcosa da aprire. Ha risvegliato conversazioni mai avvenute, domande mai poste, silenzi che aspettavano di essere nominati. E ne ha determinato in buona parte anche l’ampia partecipazione.
Il giorno dopo la cerimonia ai Giardini Nasini sono arrivati i messaggi. Cittadini pianesi che scrivevano per ringraziare. Qualcuno aveva ritrovato il proprio nonno in quell’elenco. Parole semplici — quelle che si scrivono quando si è toccati, quando non si cerca l’effetto ma si ha bisogno di dire grazie.
Ecco cosa significa fare memoria. Significa che una nipote si sveglia il 26 aprile e scrive: tra quei nomi c’era mio nonno.
Il 25 aprile non è una commemorazione come le altre. È il giorno in cui la morte trova il suo senso collettivo, in cui il sacrificio di chi ha scelto, di chi è stato travolto, di chi non ha avuto scelta, si trasforma in qualcosa che sopravvive alla persona: la Repubblica, la libertà, la possibilità di vivere insieme. È una data fondativa. E come ogni fondazione, ha bisogno di nomi. Di storie. Perché senza di essi resta astratta, e l’astrazione non commuove nessuno, non insegna niente, non lega una generazione alla successiva.
C’è una deriva, in Italia, che chiunque tenga al 25 aprile dovrebbe temere: la sua trasformazione in festa della concordia, del “tutti i caduti sono uguali.” Una dissoluzione che avviene per sottrazione — togliendo nomi, togliendo contesti, togliendo la specificità di ciò che fu la Resistenza e ciò che fu il fascismo. Iniziative come quella intrapresa dall’Amministrazione comunale di Piancastagnaio combattono quella deriva. Restituire 50 nomi, con tutta la complessità di quegli anni, è l’opposto della genericità consolatoria. Una storia con un nome e una famiglia non si può dissolvere in un’astrazione.
Il 25 aprile resta la Festa della Liberazione. Quel significato si alimenta facendo quello che Giuseppe Sani e l’Amministrazione comunale hanno fatto: cercare i nomi, tutti i nomi, e restituirli a chi li aspettava senza saperlo.
Un’istituzione non gestisce il passato ma lo abita, non commemora ma ricerca. Piancastagnaio ha dimostrato che è possibile. Che una comunità, quando viene messa di fronte ai propri nomi, risponde. E che il compito di un’amministrazione non è presidiare un rito ma alimentare quella risposta.
Pierluigi Piccini





