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Il Monte, per non finire preda di Intesa, ha scelto di farsi cacciatore: due offerte pubbliche di scambio, una su Banca Generali e una su Banco Bpm. È la mossa con cui Luigi Lovaglio prova a capovolgere il proprio destino, trasformando il bersaglio in compratore. Ma è nella gamba che riguarda il Banco che si vede meglio la fragilità del disegno.
L’offerta su Banco Bpm nasce con un difetto d’origine: non riconosce alcun premio agli azionisti. Lovaglio lo rivendica come coerenza, dicendo di restare fedele alla fusione tra pari che lo stesso Banco aveva proposto a giugno, prima che il negoziato si rompesse. Ma discutere un’unione alla pari attorno a un tavolo è cosa diversa dal presentarsi a offerta lanciata, senza accordo e senza premio, chiedendo agli azionisti altrui di consegnare la propria banca. Non è una differenza di targhetta: cambia chi comanda, il peso dei soci, la governance. Il consiglio di Banco Bpm lo ha capito subito e ha respinto la proposta all’unanimità, giudicandola non concordata, non sollecitata e strutturalmente un’acquisizione travestita da matrimonio.
E qui avviene il rovesciamento. Il Banco torna a farsi vivo non più come bersaglio ma con un proprio invito: discutere un’aggregazione concordata, un’unione tra pari da costruire dentro l’integrazione con Mediobanca già in corso. Mossa elegante e insidiosa, perché restituisce a Piazza Meda l’iniziativa e la facoltà di dettare le condizioni. Da chi sceglieva chi comprare, Lovaglio si ritrova a essere colui al quale viene proposto di unirsi, e sui termini di un altro.
Il fatto è che la controffensiva del Monte, prima ancora di comprare qualcosa, deve essere autorizzata a esistere. Essendo Mps oggetto dell’offerta di Intesa, scatta la passivity rule: il management non può muovere una difesa senza il via libera degli azionisti. Di qui l’assemblea convocata per il 29 ottobre, a oltre due mesi dall’annuncio delle offerte: un rinvio così ampio che Intesa lo ha portato davanti alla Consob, sostenendo che il consenso dei soci dovrebbe precedere, non seguire, il lancio delle operazioni. Persino il calendario è diventato terreno di scontro.
La partita, del resto, è incerta già dentro casa. Il piano è passato in consiglio, ma non all’unanimità: quattro consiglieri di minoranza si sono astenuti, lamentando di non aver ricevuto informazioni sufficienti sugli elementi essenziali del progetto. E il 29 ottobre a decidere non sarà Lovaglio ma Delfin e Caltagirone, che insieme pesano oltre un quarto del capitale e che su di lui si sono già divisi, uno a favore e l’altro contro al momento del rinnovo del consiglio. Entrambi, per giunta, siedono dentro Generali, cioè dall’altra parte del tavolo su cui il Monte vorrebbe mettere le mani: qui il conflitto d’interessi non è un incidente, è la struttura stessa della vicenda.
Anche superata l’assemblea, il muro più alto viene dopo. Servono i due terzi per gli aumenti di capitale, e soprattutto c’è Crédit Agricole, che di Banco Bpm possiede quasi il trenta per cento e ha lasciato intendere da tempo che ogni decisione sul futuro di Piazza Meda passa da Parigi, con il governo pronto a far pesare il golden power su qualunque combinazione coinvolga i francesi.
Ecco perché Lovaglio appare in affanno, e non per un errore personale. La sua è una posizione che a ogni passo dipende dall’assenso di qualcun altro: il consiglio, i grandi soci, Parigi, le autorità, un governo che vuole il terzo polo ma alle proprie condizioni. Ha lanciato l’offerta sul Banco per restare padrone del proprio destino e si ritrova a doverne chiedere licenza a ogni tornante. Il paradosso è tutto qui: un compratore che non offre premio, che ha bisogno del consenso di tutti e che viene rinvitato al tavolo su termini non suoi non sta conducendo una scalata, sta trattando le condizioni della propria sopravvivenza. E chi deve farsi autorizzare perfino a difendersi non guida la partita: la subisce, con altri mezzi.





