
Omri Boehm: «È urgente un nuovo universalismo»
19 Aprile 2026
La tensione mistica di Caterina da Siena
19 Aprile 2026Divano La rubrica settimanale di arte e società. A cura di Alberto Olivetti
Calano dal soffitto quattro lampade accese e diffondono una luce violenta. Scende perentoria e si spande, occupa l’impiantito della vasta sala segnandolo di lame parallele donde la vampa si riverbera attorno e verso l’alto e, per l’intensità in eccesso, offende gli occhi. È la luce d’una «fornace infernale». Inferno, il luogo dove la luce abbagliante delle fiamme tra gli eterni tizzoni ardenti si tramuta in un annullamento della vista, una impossibilità di discernere, di distinguere e valutare: la luce infernale occultatrice e buia che si tramuta in una «potenza di tenebre».
«Fornace infernale, potenza di tenebre» sono i termini che Vincent Van Gogh (1853-1890) sceglie per illustrare in una lettera al fratello Théo il proposito che lo ha mosso nel realizzare Le Café de nuit (olio su tela, cm 72,4 x 92,1, Yale University Art Gallery, New Haven. Legato Stephen Carlton Clark). «Probabilmente oggi» scrive Vincent a Théo il 6 agosto 1888 «prendo a dare avvio a un ‘interno’ del caffè dove ho preso alloggio, di sera alla luce del gas». Era dal mese di maggio che il pittore si era installato al Café de la Gare, situato al 30 di Place Lamartine, ad Arles. Vi tenne camera fino alla metà di settembre, quando si trasferirà nella piccola Maison Jaune situata non lontano dal Caffé della Stazione che, come la Casa Gialla si affaccia su quella medesima piazza Lamartine.
Sotto la luce delle lampade a gas i colori prendono una patina innaturale, sono svisati dalla illuminazione artificiale. Sono costretti nelle reciproche relazioni piuttosto a un gioco di contrasti e cozzi che ad una intesa di convergenti equilibri e concordanze. Non armonia e concordia, ma conflitto, opposizione, repulsa.
Nell’opera di pittura, i colori, nelle loro mutue interferenze e nella combinazione degli accostamenti, sono impiegati a dar conto, si sa, di stati d’animo, di sentimenti e, perfino, di compiuti ragionamenti rivolti a chi sa intendere. E ai colori (come al tocco concitato delle pennellate) Vincent affida nel Café de nuit il compito di esplicitare e render evidente questa sua meditazione su «les terribles passions humaines». Dice a Théo: «La sala è rosso sangue e giallo sordido, un bigliardo verde al centro, quattro lampade giallo limone irraggiano scaglie di arancione e di verde. Ovunque una lotta e una antitesi dei verdi e dei rossi più diversi.
Tra i personaggi di piccole canaglie addormentate, nella sala vuota e triste, del violetto e del blu. Il rosso sangue e il verde giallastro, esempio, contrastano con il piccolo verde tenero Luigi XV del bancone, dove sta un mazzo di rose. L’abito bianco del padrone, vigile in un angolo di questa fornace, diventa giallo limone, verde pallido e luminoso».
Il male di vivere che trascorre il mondo degli uomini ha i suoi luoghi di elezione ove trova congeniale residenza ed ai quali pare indirizzarsi con costante sicurezza. Luoghi ove si concentra e si moltiplica la carica autolesionista e distruttiva che si viene accumulando negli individui e nelle istituzioni, nei rapporti ineguali della sociale convivenza. Sono i luoghi ove si alimenta la allucinata violenza che, volta a volta, con diverse modalità, ora sottili e nascoste, ora tanto potenti e capaci di effetti devastanti, fino alle inumane oppressioni dell’uomo sull’uomo, fino alle crudeli guerre di sterminio (in atto mentre scrivo), fino (minacciate in questi mesi di primavera del 2026) alle atomiche soluzioni finali.
Tra i luoghi del male di vivere Van Gogh annovera «quelli che chiamano ‘caffè di notte’», assai frequenti, ci dice, e «che restano aperti tutta la notte. I malfattori notturni vi possono trovare un ricetto, se non hanno di che pagare un alloggio o non sono troppo ubriachi per esservi ammessi». Per tre notti d’agosto Vincent resta sveglio a dipingere in quella sala del Café de la Gare ad Arles fino all’alba, monta il suo cavalletto tra quella umanità deietta e abbattuta, per poi riposare durante il giorno, come racconta. La sua tela si intride della luce infernale e nell’alterco dei colori si deposita il convincimento che Van Gogh ci partecipa: questo è uno dei numerosi luoghi «dove ci si può rovinare, divenire folli, commettere dei crimini».





