
Chi può aspettare comanda
31 Luglio 2026
Il patrimonio sospeso
31 Luglio 2026di pierluigi piccini
Il 28 e il 29 luglio i sindacati della geotermia hanno diffuso due comunicati preoccupati. Il quadro che tracciano, all’indomani del rinnovo ventennale delle concessioni, è quello di un settore che fatica a partire. Sono rilievi seri. Ma c’è una domanda che i comunicati lasciano fuori, ed è quella che conta di più: chi aveva il compito di vigilare che il rinnovo si traducesse in fatti? E perché non lo sta facendo?
Partiamo da un punto fermo, perché senza quello il resto non si capisce. Il rinnovo non è un accordo firmato tra due parti alla pari. È una concessione: con la delibera n. 167 del 17 febbraio 2025, presa ai sensi dell’art. 16-bis del D.Lgs. 22/2010, la Regione Toscana ha prorogato per vent’anni le concessioni di cui è titolare, affidandone lo sfruttamento a Enel Green Power. La Regione, cioè, non è seduta accanto all’azienda: sta sopra di essa, come autorità che concede. E nella stessa delibera ha scritto nero su bianco che spetta a lei il controllo: verificare gli investimenti, le opere, i risultati. Lo strumento per accompagnare e sollecitare l’attuazione del Piano non le manca affatto. Se lo è dato da sola, nell’atto con cui ha concesso. Il garante, dunque, ha un nome preciso: è la Regione.
Ed è qui che comincia la stranezza. Lo stesso soggetto che dovrebbe vigilare sull’attuazione è anche quello che dall’operazione incassa. E incassa molto: quasi tre miliardi di investimenti nel ventennio, quattrocento milioni di ricadute per il territorio, una trentina di milioni l’anno distribuiti ai sedici Comuni geotermici. Il controllore, in altre parole, dipende economicamente da ciò che deve controllare. Non è un’illegalità, e non serve gridare al conflitto d’interessi: è il modo in cui funziona ogni concessione, ed è tutto perfettamente legittimo. Il problema non è la regola, ma l’incentivo che quella regola crea. Perché chi dipende da un flusso di risorse tende a non metterlo in tensione. La Regione, che da quei versamenti trae mezzi importanti per i propri conti, difficilmente porterà il confronto con l’azienda fino al punto di rottura: farlo davvero significherebbe incrinare una relazione da cui dipendono le sue stesse entrate. Così la vigilanza si ammorbidisce non per cattiva volontà, ma per convenienza. E chi ha presentato quell’accordo come “storico” ha un motivo in più per non incalzare: riconoscere oggi che l’attuazione arranca suonerebbe come ammettere che il proprio successo era incompleto. Più grande è stata la festa, più costa accorgersi che il cammino è in salita.
C’è poi un secondo nodo, che è lo specchio del primo — e stavolta non riguarda l’azienda, ma la mano pubblica. La Regione non solo si mostra tiepida nel sollecitare l’attuazione; non fa procedere spedito nemmeno ciò che essa stessa ha autorizzato. L’accordo è del 2024, recepito nel febbraio 2025, e a più di un anno di distanza si muove poco: la valutazione d’impatto ambientale della centrale PC6 è di fatto ferma, benché l’azienda abbia dichiarato di voler proseguire e abbia presentato le relative autorizzazioni. Pesano, certo, i ricorsi dei comitati contrari e l’udienza al TAR rinviata all’autunno. Ma la ragione di fondo è politica. La Regione vuole i benefici e il prestigio dell’intesa, e teme il costo elettorale degli impianti che quella stessa intesa comporta. Nella sua maggioranza ci sono consiglieri che chiedono di sospendere proprio la procedura che la Giunta ha reso possibile. Stretta tra i vantaggi da conservare e i voti da non perdere, la Regione non fa né una cosa né l’altra: congela.
Le due esitazioni hanno la stessa radice. Tutto è stato affidato alla trattativa e alla buona volontà, niente è stato reso automatico. Una regola di legge si applica da sé; un accordo negoziato, invece, va tenuto in vita ogni giorno da una decisione politica — e una politica divisa e prudente finisce per non decidere. L’accordo del 2024 non era un meccanismo che cammina da solo: era un impegno che qualcuno doveva scegliere di far vivere, continuamente. E quel qualcuno, tra i benefici da conservare e i voti da non perdere, ha scelto di rinviare. Lo stallo non è un atto: è la mancanza di un atto, mascherata da prudenza.
E c’è una conseguenza che i territori pagano in moneta sonante. Un flusso di risorse rinegoziato ogni dicembre non è soltanto politicamente fragile: è economicamente inutilizzabile. Nessun Comune può “attualizzarlo”, cioè trasformarlo subito in opere — un cantiere, un mutuo, un investimento — perché non si costruisce nulla su un’entrata che dipende dalla trattativa dell’anno successivo. Una banca non finanzia ciò che non è certo. Così la stessa discrezionalità che rende la Regione un garante distratto rende quel denaro un capitale che non lavora: arriva a gocce, si consuma nelle spese correnti e non diventa mai un’opera che resta. Rendere quell’obbligo automatico e pluriennale — fissato per vent’anni invece che contrattato ogni anno — non è un cavillo contabile: è la condizione perché quelle risorse, anziché reggersi su un consenso rinnovato un anno alla volta, costruiscano qualcosa di duraturo.
Resta un solo attore che gli incassi non hanno addormentato: quello che le conseguenze le vive anche sulla propria pelle. La Regione riceve e basta; del suo rapporto con la geotermia vede soprattutto il lato positivo, le risorse che entrano. Il Comune, invece, vede entrambi i lati: riceve la sua quota, ma si tiene sul territorio gli impianti, le ricadute, i posti di lavoro da difendere. Proprio perché ne porta anche il peso, ha tutto l’interesse a che l’operazione funzioni davvero. Non è un caso che i sindacati, in cerca di qualcuno che spinga per l’attuazione degli impegni, non salgano verso il garante ormai appagato, ma scendano verso i Comuni: sono l’unico luogo in cui la voglia di far accadere le cose è rimasta viva.
È qui che si gioca la partita, per Piancastagnaio. Non chiediamo alla Regione di rinunciare al proprio ruolo: le chiediamo di ricordarselo. Si è riservata per legge il potere di verificare e di accompagnare l’attuazione: lo usi, sia nel dialogo con l’azienda perché agli impegni seguano i fatti, sia sulle procedure che essa stessa ha avviato e ora tiene ferme. Perché una concessione non finisce quando la si firma, né quando la si festeggia. È allora che comincia. E vive nel far sì, giorno per giorno, che gli impegni diventino realtà — cosa che qualcuno deve pure avere il coraggio, e la lungimiranza, di volere.





