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Le comunali restituiscono un quadro di destra salda e sinistra confusa. Ma il referendum aveva già mostrato dov’è la vera posta.
La politica italiana ha una virtù perversa: sa trasformare qualunque risultato in conferma delle proprie tesi. La destra vince le comunali e celebra. Il centrosinistra perde le comunali e relativizza. Entrambi hanno torto — o meglio, entrambi dicono una mezza verità che serve a non dover dire la verità intera.
La verità intera è questa: siamo in una fase di cristallizzazione del sistema politico italiano che non ha precedenti recenti, e nessuno dei protagonisti sembra avere gli strumenti concettuali per leggerla.
Meloni vince. Non è una sorpresa. La destra tiene nei comuni, consolida dove già governava, avanza dove era in difficoltà. È la performance di una forza politica che ha trasformato il vantaggio referendario in sconfitta ammissibile e la vittoria comunale in narrativa di sistema. Questo è governo: non amministrare il paese, ma gestire la percezione di sé nel tempo. In questo, Meloni è la politica più capace che la destra italiana abbia espresso dalla stagione berlusconiana in poi — con la differenza che Berlusconi costruiva consenso attraverso la seduzione, lei lo costruisce attraverso la resistenza. È un’altra grammatica del potere, più austera e più solida.
Vannacci sbanca a Vigevano con il quattordici per cento. Questo non è un dato folkloristico. È la cartografia di qualcosa che si sta sedimentando nell’Italia padana, in quella fascia di piccole e medie città che sono state per trent’anni il laboratorio del leghismo e che ora cercano un nuovo contenitore per la propria inquietudine. Futuro Nazionale non è ancora un partito, è ancora un’operazione di marketing politico attorno a un personaggio. Ma il quattordici per cento dice che il marketing sta funzionando — e che il vuoto a destra della stessa destra di governo è reale, non immaginario.
Il centrosinistra si consola con la Toscana. È la consolazione del sopravvissuto: sono ancora vivo, dunque sto bene. Ma la Toscana è un’enclave, non una proiezione. Schlein governa un partito che non ha ancora deciso cosa vuole essere: partito di governo che attende il proprio turno, oppure forza di trasformazione che prova a ridefinire il campo. Finché questa domanda resta senza risposta — e la risposta richiede coraggio, non mediazione — il Pd oscillerà tra questi due modi di essere senza incarnarne pienamente nessuno. Conte tace, il che è già una risposta: il silenzio dei leader che calcolano è sempre più eloquente delle dichiarazioni dei leader che comunicano.
Ma il dato politicamente più rilevante di questa tornata non sta nei risultati dei partiti. Sta nell’astensione. Cinque punti in più. I giovani che disertano le urne. L’onda lunga di marzo che si ferma bruscamente. Qui non si tratta di stanchezza elettorale, di campagne troppo corte o troppo locali. Si tratta di una frattura strutturale tra la politica istituzionale e settori crescenti della società italiana che hanno smesso di credere che il voto comunale — o forse qualunque voto — cambi qualcosa di reale nelle loro vite.
Il referendum di marzo aveva aperto uno squarcio in questa frattura. Aveva mostrato che la partecipazione non è un dato naturale ma una risposta a una domanda percepita come autentica. Quando la posta è chiara, quando la questione tocca qualcosa di vissuto direttamente, le persone si alzano dal divano. Le comunali non hanno saputo — o non hanno potuto — riproporre quella condizione. E così il divano ha vinto di nuovo.
Questo è il problema politico vero che nessuno vuole nominare: l’astensione non è un dato ambientale sul quale stringersi nelle spalle in attesa del prossimo turno. È il sintomo di una crisi di legittimità che attraversa tutto il sistema — destra compresa, anche se la destra al momento ne beneficia. Un’egemonia che si regge sull’astensione degli avversari non è egemonia: è una vittoria per abbandono del campo. L’abbandono prima o poi produce conseguenze che i numeri del giorno dopo non riescono a vedere.
La sinistra, se volesse fare vera politica invece di gestione del consenso residuo, dovrebbe porsi una domanda scomoda: perché il referendum ha mobilitato e le comunali no? Cosa ha la prima che le seconde non hanno? La risposta è che il referendum ha posto una questione di potere — chi decide, su cosa, con quali limiti — in una forma comprensibile e immediata. Le comunali hanno riproposto la stessa offerta di sempre: scegli tra noi e loro, tra questo candidato e quell’altro, tra questa coalizione e quella. Un’offerta che a molti, e ai giovani in particolare, appare sempre più come una scelta tra varianti della stessa irrilevanza.
Riformulare questa offerta non è questione di comunicazione né di marketing elettorale. È questione di politica — nel senso alto e oggi quasi dimenticato del termine. Di avere qualcosa da dire sul potere, su chi ce l’ha, su come lo esercita, su come si può cambiarlo. La destra questa cosa ce l’ha, anche se la dice in modo che molti trovano insopportabile. La sinistra la sta ancora cercando.
Finché non la trova, Meloni continuerà a sorridere. E avrà ragione di farlo.





