
Sì alla tecnologia, ma quale tecnologia? Alcune osservazioni sulla lettura di Avvenire
26 Maggio 2026
L’Occidente che balbetta
26 Maggio 2026
C’è una fotografia di queste elezioni comunali che vale più di tutti i commenti a caldo: Giorgia Meloni che telefona a Simone Venturini, il neo sindaco di Venezia, e gli dice «Aspettami, vengo a trovarti». La premier esulta, e ha ragione di farlo. Ma quella telefonata racconta anche qualcosa d’altro: fino a poche ore prima, nemmeno il centrodestra era sicuro di vincere la partita più simbolica della tornata.
Eppure il risultato era lì, latente nella geografia sociale della città lagunare, a disposizione di chiunque avesse voglia di guardare non le calli del centro storico ma le strade di Mestre e Marghera. Quasi quattro quinti dei 250mila residenti del comune vivono sulla terraferma, dove i problemi quotidiani non riguardano i ticket turistici o il Mose ma la vita concreta di una periferia metropolitana. Il centrosinistra ha corso con Andrea Martella, senatore di lungo corso cresciuto però nella carriera nazionale — un uomo di apparato arrivato da fuori — e ha perso su quel terreno. Venturini, invece, nato a Marghera nel 1987, cresciuto nella terraferma veneziana, entrato in consiglio comunale a soli 22 anni nel 2010 e assessore di punta per undici anni nelle giunte Brugnaro, ha giocato fino in fondo la carta dell’identità locale, della gavetta, della conoscenza capillare del territorio. Si è presentato in campagna come «Simone, un ragazzo partito da Marghera», con una candidatura formalmente civica supportata dal centrodestra. Ha funzionato.
La vittoria di Venezia al primo turno è il fatto politicamente più rilevante di una serata in cui, però, il quadro complessivo resta tutt’altro che netto. Stando ai risultati disponibili, solo due capoluoghi hanno effettivamente cambiato colore politico: Reggio Calabria, passata dal centrosinistra al centrodestra, e Pistoia, strappata dal centrodestra al centrosinistra dopo nove anni. Non è un terremoto. È un assestamento.
A Reggio Calabria il ribaltone è stato però clamoroso nei numeri: Francesco Cannizzaro ha sfiorato il 70%, mettendo fine a dodici anni di governo targato Falcomatà. Percentuali che appartengono a un’altra stagione della politica italiana, quella dei plebisciti locali che si costruiscono quando uno schieramento è percepito come l’unico presidio credibile contro un’amministrazione logora. Il centrosinistra, con Domenico Battaglia sindaco facente funzioni, non ha retto.
Dall’altra parte, la sinistra tiene dove dovrebbe tenere e recupera dove aveva perso. Il campo progressista conferma Mantova — con il nuovo sindaco Andrea Murari — e Prato, dove Matteo Biffoni diventa primo cittadino nonostante l’eco delle inchieste che avevano investito l’ex sindaca Ilaria Bugetti. A Pistoia, Giovanni Capecchi batte al primo turno Anna Maria Celesti, sindaca facente funzioni dopo le dimissioni di Alessandro Tomasi, che aveva lasciato prima della scadenza naturale del mandato per correre — senza successo — alle regionali contro Giani. Un’uscita scomposta che aveva indebolito la posizione del centrodestra già in partenza.
Fuori dagli schemi, come sempre, alcune figure: Vincenzo De Luca stravince a Salerno diventando sindaco per la quinta volta, con una percentuale vicina al 60%. A Enna, Vladimiro Crisafulli — che il Pd aveva deciso di non sostenere con il proprio simbolo — vince lo stesso con oltre il 59% e chiosa con ironia tagliente: «Il Pd ha fatto male? No, ha fatto bene, così abbiamo preso tutti questi voti». Due parabole diverse che raccontano la stessa cosa: nei comuni, la politica dei corpi vivi, quella fatta di relazioni e conoscenza diretta, resiste alla politica dei simboli e delle sigle nazionali.
Meloni esulta e non si trattiene: «Anche oggi il crollo del centrodestra è rinviato a domani». La battuta è politicamente efficace — riprende il mantra con cui la sinistra aveva annunciato la grande svolta dopo il referendum — e fotografa la situazione meglio di qualsiasi analisi sofisticata. Il crollo non c’è stato. Ma neanche la disfatta dell’avversario. L’affluenza definitiva è calata al 60,06%, quasi cinque punti in meno rispetto alla tornata precedente. È questo il dato che dovrebbe preoccupare tutti, trasversalmente: una politica locale sempre meno capace di mobilitare, sempre meno percepita come decisiva per la vita reale delle persone.
Rimangono ballottaggi aperti e incerti: Arezzo, dove il centrodestra è avanti ma non ha chiuso; Chieti, Lecco, Agrigento, Trani. Tra due settimane si capirà qualcosa di più. Ma già adesso si può dire che questa tornata ha confermato una verità che chi fa politica locale conosce bene e chi la commenta dall’alto spesso dimentica: vince chi abita il territorio, chi ha il numero di telefono delle persone giuste, chi sa dire «io vengo da qui» e fa sì che si creda. Venturini lo sa. Martella, probabilmente, lo sa adesso.





