
Non strutturati per le cose lunghe
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L’asso e il silenzio
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Pierluigi Piccini
C’è un modo di raccontare il Palio che compie sempre lo stesso gesto: prende una sostanza — una decisione, una responsabilità, un fatto grave e databile — e la restituisce come nome. Come dinamica, come clima, come indole, come eterno ritorno del “come sempre”. La divergenza che conta, nelle parole con cui il sindaco ha chiuso l’Assunta, non è tra ciò che dice e una verità che tacerebbe: è tra ciò che accade e il livello su cui viene collocato. Ogni volta il fatto si sposta di un gradino — dal decisionale al naturale, dall’organizzativo all’antropologico, dal contingente al folklorico — e a quel gradino non è più imputabile a nessuno.
Il telaio di tutto è la frase sul metabolizzare: le risposte a caldo, con l’adrenalina in circolo, rischiano di non essere corrette. Detta così è prudenza, e in sé è difendibile. Ma nel discorso non funziona come prudenza: funziona come rinvio. Ogni questione puntuale viene consegnata all'”inverno di riflessioni”, e l’inverno è per sua natura la stagione in cui i progetti si accumulano senza mai diventare applicabili. La riflessione, qui, non prelude alla decisione: la sostituisce. Metabolizzare è il nome elegante del rimandare.
Da qui discende la mossa più abile, che riguarda proprio la mossa. Chiamarla “dinamica del Palio”, e affidare al mossiere lo statuto di “unica autorità”, significa fare due cose in una parola. Con “dinamica” la partenza interminabile, il rischio concretissimo di un terzo rinvio consecutivo, i cavalli soggetti a stress diventano un dato di natura, come la pioggia. Con “unica autorità” si traccia un confine giurisdizionale che mette quel momento fuori dal Comune. Eppure gli altri protagonisti dicono l’opposto: si chiedono provvedimenti verso chi, dentro i canapi, sarebbe andato oltre il giusto e il concesso; sull’operato del mossiere pende il giudizio dei diciassette capitani su due carriere. Ciò che dall’alto si chiama dinamica, per tutti gli altri è materia contesa e sanzionabile. Nominarla come fatalità è precisamente il modo di togliere dal tavolo la domanda sulla responsabilità che tutti stanno ponendo.
La stessa operazione regge l’autoelogio della macchina organizzativa. “Ha retto egregiamente”, “si può tirare un sospiro di sollievo”: ma il sospiro di sollievo è il lessico dello scampato pericolo, non del governo di un processo. Si è corso al calare del sole, con l’ansia dichiarata, a un passo dallo slittamento. E soprattutto il rinvio non è stato tutto meteo. C’è stata una domenica in cui si è sottoposta ai capitani la possibilità di correre comunque, e i capitani si sono schierati compatti per il no. Dunque una parte del ritardo è decisione — trattativa, cedimento, prudenza politica — non fatalità atmosferica. Ma “il maltempo” è un soggetto comodo perché non risponde a nessuno: assorbe sotto il proprio nome ciò che è stato, almeno in parte, scelta. “Al netto degli stravolgimenti causati dal meteo” è la formula con cui si mette a bilancio un successo dopo averne depurato il costo.
E poi la frase che, di tutte, pesa di più: i senesi non sarebbero strutturati, fisicamente e psicologicamente, per le cose lunghe. Qui il salto è dall’istituzione all’indole. Un problema di organizzazione — una Festa che l’apparato non regge oltre una certa durata — viene naturalizzato come tratto collettivo, quasi un destino somatico. È l’alibi antropologico: se è la nostra natura a non sopportare ciò che dura, allora non c’è nulla da correggere, c’è solo da compatire una città fatta così. Ma il rovesciamento è vertiginoso e va detto con nettezza. Il Palio è durata: è la forma che dura, la fondazione ripetuta di una città che la propria fondazione la deve continuamente rifabbricare, perché non ne possiede una originaria. Che il primo cittadino dichiari i suoi non attrezzati per le cose lunghe è la confessione, travestita da lamento organizzativo, che il faber ha smesso di fare. Si amministra la durata come un peso da smaltire, non come la sostanza di cui si è fatti.
Resta il punto che il racconto ottimista tiene ai margini, ed è il più grave. Un uomo ferito — il vincitore — al segnale d’avvio, dopo lo scoppio del mortaretto. Nel bilancio, però, la parola tutela ritorna declinata solo sui cavalli: i dieci scesi sul tufo, “andato tutto bene dal punto di vista della loro tutela e quant’altro”. L’infortunio del fantino finisce in un’altra pagina. Non è cinismo, è la stessa asimmetria della grammatica: il fatto umano e grave si sposta di lato, e sul piano principale resta la soddisfazione. A chiudere, l’immancabile “senza polemiche non sarebbe Palio”, il paragone con Sanremo, il “bella e dibattuta come sempre”. La folklorizzazione compie qui il suo lavoro ultimo, che è convertire un ferito, un quasi-terzo-rinvio, una partenza contestata in essenza eterna della Festa. Ciò che è contingente e correggibile diventa carattere immutabile — e il carattere immutabile non chiede riforme.
È questa la divergenza vera, sotto le singole: non tra dichiarazione e menzogna, ma tra una realtà fatta di scelte, responsabilità e date, e un discorso che di quella realtà pronuncia soltanto i nomi rassicuranti. Dinamica, meteo, indole, tradizione, come sempre. Un’amministrazione che riflette e non decide, che metabolizza e non risolve, che rimanda all’inverno ciò che chiederebbe l’estate. Il narcisismo a vuoto di una città che sa dire benissimo di sé, e che proprio per questo non sente più il bisogno di fare.





