
Un cappotto lungo un’estate
19 Agosto 2026C’è una frase, nell’intervista che il Sindaco di Siena ha rilasciato a Canale 3 dopo l’Assunta, che vale l’intera trasmissione e che quasi certamente è sfuggita a chi l’ha pronunciata: noi senesi non siamo fisicamente strutturati, neanche psicologicamente così strutturati per le cose lunghe. Era detta a proposito della mossa — un’ora e un quarto di attesa, il buio che scendeva, l’ansia dichiarata — e a proposito dei “due giorni in più” di un Palio che non si è corso quando doveva. Ma le confessioni migliori sono quelle che dicono più di quanto sappiano di dire. Questa, pronunciata alla vigilia del 20 agosto, quando la vicenda più lunga di tutte è ancora spalancata, è un’autodiagnosi istituzionale involontaria, e riguarda molto più di un cavallo che alza la zampa.
Perché l’intera intervista, al di là delle intenzioni di chi la conduce, ha una sua coerenza segreta, ed è tutta giocata sulla durata. La mossa lunga, il Palio lungo, i giorni in più che pesano, e infine, in chiusura, il Monte: saranno comunque tempi lunghi, non credo che la vicenda si chiuda in tempi utili per uno straordinario. Tre volte la stessa parola, lo stesso inciampo. Si finge di parlare di mossieri e di soccorsi e in realtà si confessa un rapporto difettoso con tutto ciò che non si risolve in una carriera di novanta secondi. E la risposta a questa difficoltà è sempre identica, sempre la stessa: il rinvio. Fatemi respirare, fatemi metabolizzare, un autunno e un inverno di riflessione, una cosa per volta, e poi vediamo. La riflessione è perennemente promessa a una stagione che non arriva. Questo è il vero straordinario che ci viene annunciato: un’amministrazione che, su ogni fronte, alla domanda risponde più tardi.
Va notato anche chi porta, in quel dialogo, la parte epica. Non il Sindaco: l’intervistatore. È lui che lega il “paleone straordinario” al se il Monte rimane senese, lui che ricorda Meloni molto netta su Milano Finanza, lui che annuncia io vado al 20 di agosto, Roma, Giorgetti. Vuole il mito, la redenzione, la festa dovuta a chi ha vinto una battaglia. E ogni volta il Sindaco sgonfia: ora pensiamo al Monte dei Paschi e poi vediamo. Sull’orlo dell’incontro con il governo, questa cautela quasi ostentata dice più di quanto vorrebbe. La neutralità dichiarata di Roma trova qui il suo riflesso comunale in una prudenza che non osa nemmeno immaginare l’esito, per non doverlo un domani rivendicare o piangere. È la stessa logica del rinvio, trasferita dalla mossa alla banca.
Resta il capolavoro, e sta tutto nella simmetria. Un’intervista su un Palio giudicato troppo lungo, rilasciata da chi ha appena ammesso di non essere strutturato per le cose lunghe, alla vigilia della cosa più lunga di tutte. La durata come rimosso senese: la si esorcizza sulla mossa perché non la si sa affrontare sul Monte. E allora, prima di aspettare l’autunno che metabolizza e l’inverno che riflette, converrebbe ricordare che le partite decisive non hanno mai avuto la cortesia di durare novanta secondi. Su quelle non cade nessun canape a segnare la partenza, non c’è mossiere che tenga: bisogna restare in Piazza fino in fondo, anche quando fa buio, anche quando non siamo strutturati.





