
Il doppio blitz e il tempo che manca
19 Agosto 2026
Non strutturati per le cose lunghe
19 Agosto 2026Tittia vince per l’Aquila e per il Nicchio, la casta dentro la macchina e l’unica cosa che il mercato non può comprare
di Pierluigi Piccini
Cominciamo da ciò che è vero e che nessuna analisi ha il diritto di sminuire. L’Aquila che il 3 luglio torna a vincere dopo trentaquattro anni — dal 1992, dall’ultima carriera di Aceto — e piange nella chiesa di Provenzano; il Nicchio che il 18 agosto, dopo un doppio rinvio per pioggia che non si vedeva da mezzo secolo, si toglie una cuffia portata addosso per ventotto anni. Sono gioie autentiche, di popolo, e vanno lasciate intatte. Chi ha atteso una generazione ha diritto al suo pianto e alla sua festa, e la festa non è un’illusione: è la cosa più reale che ci sia in Piazza.
E però un solo nome presiede a entrambe le gioie. La mano che ha fatto piangere di felicità l’Aquila a luglio è la stessa che, nel giro di un mese e mezzo, ha fatto piangere di felicità il Nicchio. Giovanni Atzeni, Tittia: cappotto, tredicesima vittoria, a una sola lunghezza dal mito. Due popoli lontani, due sorti opposte, un unico professionista. È qui che lo schema antico si rovescia, ed è bene guardarlo senza infingimenti.
Un tempo il fantino era il braccio della contrada: apparteneva, per una sera, al destino di quel popolo, ne era lo strumento e il rischio. Oggi non appartiene a nessuna contrada, appartiene al proprio mercato. Gioca cento Palii mentre la contrada ne gioca uno, e li gioca l’uno contro l’altro: la stessa mano per l’Aquila e per il Nicchio nel giro di un’estate. Non è più il braccio della comunità che affida a lui la propria sorte; è il potere insediato dentro la macchina, che la muove da dentro mentre fuori la liturgia resta identica — il fazzoletto, il cero, la Madonna, il corteo — come se il protagonista fosse ancora la contrada.
È lo scarto, l’unico luogo in cui vale la pena spendere la vecchia coppia, tra il nome e la sostanza. Il nome dice: protagonista è il popolo che gioca il proprio destino. La sostanza è che a muovere il gioco è ormai una casta itinerante, che passa attraverso i popoli come un cavallo passa attraverso le stalle. Il sacro non è scomparso: è migrato. Dal popolo alla casta.
Da qui si capisce anche perché il “truccato”, parola che a Siena si pronuncia con ambiguità e mezzo sorriso, oggi sia diventato quasi vero — ma per il motivo opposto a quello che comunemente si crede. Non perché ci siano i patti. I patti erano il gioco nobile: intese orizzontali fra contrade, dentro una comunità che scommetteva il proprio destino con le regole del proprio destino. Lo scandalo non è mai stato il sotterfugio. Lo scandalo, quello vero, è l’espropriazione: quando a fare gli accordi non è più la città che gioca la propria sorte, ma un potere privato che la gioca come propria fortuna. Il patto apparteneva a chi giocava se stesso; il calcolo appartiene a chi gioca gli altri. E questo ha un peso storico che a noi senesi non dovrebbe sfuggire: il Palio nasce nel mondo che segue la caduta della Repubblica, e la contrada resta la cellula superstite di una vita comune che altrove è stata cancellata. Perduto il destino politico, ci restava almeno il gioco simbolico del nostro destino. Vederlo migrare in mano privata non è folklore in crisi: è l’ultima sovranità che si consegna.
Eppure il cuore della questione — e qui il pezzo si rovescia una seconda volta — non è la sconfitta. È cosa fa la ragione di un popolo dopo la sconfitta. Non conclude che la sorte ha vinto e che bisogna piegarsi. Conclude che si deve rigiocare. La ripetibilità è la sua risposta. Il Palio è precisamente l’istituzione che addomestica la sorte non negandola, ma rendendola ripetibile: nessuna sconfitta è definitiva, perché il calendario ritorna, perché c’è sempre il prossimo Palio. L’Aquila lo ha aspettato trentaquattro anni e il Nicchio ventotto, e questo è il punto: non hanno mai smesso di aspettare, perché sapevano che l’attesa aveva una fine possibile.
Ed è proprio questo il residuo che nessun mercato può comprare. La singola vittoria, sì: quella la casta la può catturare, prezzare, distribuire fra i popoli come un professionista distribuisce le proprie estati. Ma la vittoria singola non è la posta vera. La posta vera è la garanzia della rivincita — il diritto a rigiocare — e quella appartiene ancora, tutta intera, al popolo che torna in Piazza. Il fantino se ne va con il suo compenso e la sua statistica; il popolo resta con la sua attesa, che è l’unica forma di potere che non si vende. Si può espropriare una carriera. Non si può espropriare il fatto che non si può essere sconfitti per sempre.





