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C’è un momento, nelle grandi partite finanziarie, in cui i tavoli separati si rivelano per quello che sono sempre stati: un tavolo solo. L’estate del 2026 è quel momento. L’offerta su Rocca Salimbeni, la scalata tedesca di Piazza Gae Aulenti, la successione nella holding della famiglia Del Vecchio: tre vicende apparentemente autonome che convergono su un unico oggetto, il controllo del risparmio italiano e del suo snodo assicurativo, Generali.
Partiamo da Siena, o meglio da ciò che di Siena resta nella partita. Intesa Sanpaolo ha depositato in Consob il documento dell’offerta pubblica di acquisto e scambio da 30,6 miliardi sulla totalità delle azioni del Monte, primo passaggio formale dopo l’annuncio dell’8 giugno, con l’obiettivo dichiarato di creare il secondo gruppo dell’Eurozona per capitalizzazione. Le istanze autorizzative sono già partite verso la Banca centrale europea, la Banca d’Italia, l’Ivass per la partecipazione qualificata indiretta in Generali, oltre che verso le autorità competenti in materia di concentrazioni e golden power: il periodo di adesione potrebbe aprirsi a novembre, con perfezionamento atteso entro dicembre. L’architettura è nota: per neutralizzare i rilievi antitrust, il gruppo di Messina cederà a Unipol il marchio Mps, gran parte delle attività e 635 filiali, trattenendo però Mediobanca con la sua partecipazione in Generali. È qui che il nome si separa dalla sostanza, con una nettezza che non richiede nemmeno più il lavoro dell’interprete: il marchio va da una parte, le funzioni direzionali dall’altra. Unipol, dal canto suo, ha convocato per il 30 luglio l’assemblea per un aumento di capitale da 2,5 miliardi destinato proprio a finanziare l’acquisto delle filiali senesi. La macchina, insomma, è in moto.
Sul fronte opposto resiste, formalmente, l’alternativa: il consiglio di amministrazione del Monte non ha preso una decisione definitiva e ha affidato agli advisor l’analisi tanto dell’offerta di Intesa quanto della proposta di fusione alla pari avanzata da Banco Bpm, che stima sinergie superiori al miliardo prima delle imposte. Il consiglio tornerà a riunirsi il 16 luglio, mentre prosegue in parallelo il piano originario di incorporazione di Mediobanca, con concambio a 2,45 azioni e delisting della merchant bank atteso entro il quarto trimestre. Ma la prudenza del board non deve ingannare: negli ambienti finanziari un’intesa alternativa con Piazza Meda è considerata di difficile attuazione, e la vera incognita si è spostata altrove.
Si è spostata, anzitutto, sul Tesoro. Il ministero dell’Economia detiene ancora il 4,863% del Monte e, secondo ricostruzioni convergenti di più fonti finanziarie, sarebbe stato pronto a un collocamento accelerato della quota, con una finestra tecnica che si chiude l’8 luglio, oltre la quale scatta un black period fino a fine agosto. La smentita ufficiale è arrivata, ma con quella particolare grammatica delle smentite che lascia intatta l’opzione. E il precedente pesa: nel novembre 2024 il ministero cedette in pochi minuti il 15% del capitale con la stessa procedura, e quelle azioni finirono a Delfin, al gruppo Caltagirone, a Banco Bpm e ad Anima — un’operazione poi finita al centro di un’indagine della magistratura milanese. Il punto politico è tutto qui: c’è chi osserva che una vendita lampo consentirebbe al Tesoro una posizione di apparente neutralità, e chi invece teme che lo esporrebbe alla critica di essere insieme arbitro e protagonista della partita. Apparente neutralità: l’aggettivo, in questa vicenda, è tutto.
Il secondo fronte è tedesco, e si è chiuso proprio ieri. A mezzanotte del 3 luglio è scaduta la fase supplementare dell’offerta di scambio di UniCredit su Commerzbank; i risultati definitivi si conosceranno l’8 luglio, ma le stime di mercato indicano adesioni complessive intorno al 15%, che porterebbero la banca di Orcel al 45% dei diritti di voto e a un’esposizione potenziale del 58%. Con quella soglia, il gruppo potrà incidere in maniera determinante sul rinnovo del consiglio di sorveglianza previsto nel 2027 e, indirettamente, sulla nomina del management — anche se l’approvazione della Bce per superare il 30% richiederà dai tre ai sei mesi, durante i quali non saranno possibili ulteriori acquisti. Ma il dato più interessante, per chi guarda all’Italia, è un altro: gli analisti si attendono ora da Orcel una mossa anche sul risiko domestico, perché il controllo di Commerzbank richiederebbe “una mossa in Italia per riequilibrare il gruppo”. L’ipotesi che circola è un ritorno in partita su Banco Bpm, che con il successo dell’operazione Intesa-Mps rischierebbe l’isolamento dimensionale — ma resta da decifrare la reazione di Crédit Agricole, salita nel frattempo al 29,9% di Piazza Meda, e di un governo che un anno fa applicò il golden power proprio contro le mire di UniCredit sulla banca milanese. Il precedente del golden power tra banche italiane, aperto allora, incombe ora su tutti: anche sull’offerta di Intesa, che formalmente vi è soggetta.
E poi c’è il Lussemburgo, dove si gioca la partita meno visibile e forse più decisiva. Il riassetto di Delfin, la cassaforte degli eredi Del Vecchio, riparte da zero dopo un’assemblea che ha fermato tanto i tentativi di Leonardo Maria di salire nel capitale quanto la proposta di Rocco Basilico di liquidare le partecipazioni finanziarie — Mps, Generali, Unicredit — per rimborsare i soci in uscita. I periti del Tribunale del Granducato hanno però fissato un punto fermo: un valore netto di circa 48 miliardi a dicembre 2025, ridotto a quasi 34 dallo sconto di holding del 30%, motivato anche dal carattere di minoranza delle quote bancarie e assicurative. Una cifra che smentisce clamorosamente i 10 miliardi offerti da Leonardo Maria ai fratelli per il loro 25%, e che ora diventa la base di ogni possibile compravendita interna, mentre altri soci si preparano a chiedere al Tribunale nuove perizie sulle rispettive quote, con tempi di sei mesi ciascuna. Ecco il punto: finché la successione Del Vecchio resta bloccata, resta congelato anche uno dei pacchetti decisivi del capitale di Mps e di Generali. La paralisi di una famiglia è diventata una variabile di sistema.
Il quadro, dunque. Un’offerta che separa il marchio senese dalla sostanza direzionale e la porta a Milano; un Tesoro che medita di uscire di scena proprio mentre dovrebbe esercitare la sua funzione di arbitro; una banca che conquista Francoforte e prepara il ritorno sul mercato domestico; una holding familiare da 34 miliardi immobilizzata dai suoi conflitti interni. Quattro movimenti di un’unica composizione, il cui basso continuo è sempre lo stesso: la quota in Generali, cioè il controllo del risparmio degli italiani. Con l’acquisizione del gruppo Mps-Mediobanca, e con il 3% già rilevato tramite derivati, Intesa diventerebbe primo azionista del Leone con circa il 16% — e Messina può ben smentire ogni disegno di controllo “politico”: le architetture, a differenza delle intenzioni, si lasciano leggere. Il calendario delle prossime settimane — l’8 luglio per i numeri tedeschi e la finestra del Tesoro, il 16 per il consiglio del Monte, il 30 per l’assemblea Unipol, il 10 settembre per l’assemblea straordinaria senese — dirà se questa composizione troverà la sua cadenza. Ma la domanda di fondo è già scritta, ed è una domanda sulla sostanza: che cosa resterà, alla fine, dietro i nomi che tutti si affrettano a garantire?





