
Il nome salvo, la sostanza altrove
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di Pierluigi Piccini
Viene, in ogni vicenda lunga, il momento di mettere i pezzi in fila e chiedersi cosa dicano tutti insieme, non uno per uno. Su Monte dei Paschi ho scritto molto, in queste settimane, inseguendo le mosse man mano che cadevano; ma sotto ogni articolo c’era sempre la stessa distinzione, ed è da lì che conviene ripartire. La distinzione è tra il nome e la cosa. Tutto il resto — le cifre, le date, le dichiarazioni di unità — è commentario intorno a questo.
Cominciamo da dove quasi nessuno guarda. Nessuno mette sul piatto trenta miliardi e sei per il Monte in quanto tale. Da quando il Monte ha comprato Mediobanca, il suo valore agli occhi di Intesa è soprattutto la quota che Mediobanca detiene in Generali: la prima assicurazione italiana, cioè il governo di un’enorme massa di risparmio e di titoli di Stato. Il vero obiettivo non è Siena, è Trieste; il Monte è la porta, non il premio. È una partita grande e nazionale, si gioca tra Milano e Trieste, ed è la più difficile per noi. Illudersi di ribaltarla da un tavolo di prefettura è il modo più sicuro per non ottenere l’unica cosa che sia ancora alla nostra portata.
Perché il resto della banca viene smontato come una qualsiasi somma di attivi. Intesa trattiene il motore — Mediobanca, Generali, il risparmio gestito, la sostanza reddituale vera. Metà della rete si dissolve dentro Milano e perde l’insegna. L’altra metà — circa 635 sportelli, gran parte delle strutture centrali, il marchio, la stessa Rocca Salimbeni — porta con sé il nome, e il nome migra: verso Unipol, che lo fonderà in Bper ribattezzando il tutto «Banca Monte dei Paschi», soggetto con sede legale a Modena, dal quale dopo oltre quattro secoli cadrà la parola Siena. Il marchio non muore: viene svuotato e trasferito. La sigla sopravvive proprio perché non contiene più nulla. Non è una postilla contabile, è l’architettura dell’operazione.
Da qui il primo equivoco da sciogliere, quello del golden power invocato come parola d’ordine. Contro una banca italiana che ne compra un’altra lo strumento è debole, e l’Europa lo guarda male; e comunque nessuna istruttoria si apre perché il Monte è senese da cinquecentocinquantaquattro anni — si apre sui numeri. Evocarlo da qui è una targa: si legge bene e non produce niente. Il golden power morde dove c’è un interesse nazionale misurabile, e quell’interesse è Generali, non Rocca Salimbeni: come il governo ha già fatto un anno fa mettendo condizioni all’offerta di Unicredit su Banco Bpm. Le mozioni in consiglio, il fronte unitario di Comune, Provincia e Regione, la seduta straordinaria prima del Palio sono atti doverosi e vanno sostenuti; ma non trattengono nulla, perché ciò che lega non è il sentimento di un’assemblea, è una riga in un contratto.
E allora la domanda utile, la sola, è scomoda: dentro un’operazione pensata per smontare il Monte, cosa resta che valga la pena difendere e che si possa davvero ottenere? Non la sostanza: quella se l’è già presa Milano. Ma il pezzo che porta ancora il nome. E qui, per una volta, la geografia lavora per noi. L’antitrust obbliga Intesa a cedere le filiali dov’è troppo forte, e in Toscana è fortissima: perciò una fetta robusta del cuore toscano della banca finisce proprio nel pacchetto che conserva l’insegna — e Unipol quella fetta la vuole, non la prende controvoglia. Con la rete c’è la testa: le strutture centrali e la sede. Il punto è non farsi pagare in insegne vuote. Chiedere l’intera direzione generale è una posizione che cade subito, perché le sinergie promesse nascono anzitutto dall’accorpare le funzioni doppie. Regge invece chiedere funzioni precise, nominate una per una e scritte nelle autorizzazioni finché il perimetro è aperto: il governo del credito — il potere di deliberare i fidi oltre la soglia di sportello, che decide se il credito a famiglie e imprese del territorio si valuta da vicino o da lontano — e la testa della rete che porta il nome del Monte. Non sono doppioni da tagliare: un istituto autonomo il credito lo deve deliberare da qualche parte, e allora che sia qui.
È a questo punto che il golden power ritrova la sua forma utile, rovesciata: non contro chi compra, ma d’accordo con lui. Una condizione che leghi la vendita a Unipol al mantenimento a Siena della sede, del nome e di funzioni direzionali precise non va contro l’interesse dell’acquirente, ci va insieme. Perché Unipol non è un fondo che ragiona solo sui numeri. È il braccio finanziario del mondo cooperativo emiliano, e le cooperative ne possiedono quasi metà; per quel mondo il radicamento è identità, ed è la ragione per cui hanno voluto il nome del Monte e non quello di Bper. C’è persino un’affinità più antica, che noi senesi dovremmo riconoscere per primi: il Monte nasce come Monte di Pietà, il credito come servizio alla comunità prima che come profitto — la stessa radice mutualistica di Unipol. E i rapporti vengono da lontano e da vicino: negli anni delle scalate il Monte era socio della holding che controllava Unipol, e nell’estate del 2005 quel legame sfiorò la fusione. L’uomo che allora era in prima fila per Unipol la guida ancora oggi. Non è un incontro tra estranei: è un vecchio intreccio che si chiude. Ragione in più per trattare da pari, sapendo con chi si tratta e cosa chiedere.
E qui, mentre scrivo, arriva la contromossa che tutti aspettavano. Il 20 agosto il consiglio del Monte ha approvato il piano di Lovaglio: due offerte di scambio separate, su Banco Bpm e su Banca Generali, per circa trentaquattro miliardi, presentate come alternativa all’assedio di Intesa e come argine allo smembramento. Va accolta per ciò che è — un tentativo di riaprire una partita che sembrava chiusa — ma va letta con la stessa lente di tutto il resto. Intanto perché nasce debole in casa propria: il via libera è arrivato dopo sette ore e senza unanimità, con i consiglieri di minoranza astenuti perché non messi a conoscenza di elementi essenziali del progetto, e con la Consob che vigila sulle informazioni al mercato. Ma soprattutto perché il modo stesso in cui il Monte prova a difendersi conferma dove sia il baricentro. Per rendere appetibile la resistenza ai propri soci, Lovaglio mette sul piatto la partecipazione in Generali: quattro miliardi di distribuzione straordinaria, in parte in contanti e in parte proprio in azioni della compagnia di Trieste, quel tredici per cento che il Monte detiene attraverso Mediobanca. È l’ammissione più limpida di tutta la vicenda. Anche la difesa dell’integrità si scrive nella lingua di Generali; anche chi resiste lo fa monetizzando l’unico attivo che conti davvero. La contromossa, insomma, non rovescia il tavolo: lo illumina. Dice che la posta è a Trieste — è il punto da cui questa vicenda è partita — e che è lì, non a Rocca Salimbeni, che si gioca la sostanza. Un motivo di più per non giocarvi le forze che restano, e per tenere gli occhi sul solo terreno dove abbiamo ancora una presa vera.
Qualcuno mi accuserà di eccesso di realismo. Lo rivendico. Realismo, qui, non è arrendersi: è il contrario. Si arrende chi spende le poche settimane che restano sulla partita più difficile — Generali, Milano — per potersi indignare a cose fatte, invece di battersi dove il gioco è ancora aperto. Il calcolo freddo sta semmai dall’altra parte: in chi smonta una banca di cinque secoli come una somma di attivi, tiene ciò che rende e cede ciò che pesa, senza vedere che quel peso è una città. Il calendario non aspetta: il 10 settembre l’assemblea di Intesa vota, e da lì in poi il perimetro comincia a chiudersi. La scelta, spoglia, è questa: accompagnare il Monte con dignità, oppure tenerci la parte che funziona ancora. È tutto ciò che possiamo ancora giocarci — e sarebbe imperdonabile accorgercene il giorno dopo.





