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C’è una settimana, ogni tanto, in cui le notizie di arte e cultura non si limitano ad annunciare mostre o premi, ma compongono invece qualcosa di più: un sintomo, un paesaggio del tempo. Questa è una di quelle settimane.
Cominciamo da Londra, dove il Guardian ha pubblicato un pezzo dal titolo lapidario: This year’s Turner Prize nominees played it safe. Il Turner Prize, per chi non lo ricorda, è da quarant’anni il ring nel quale la Gran Bretagna mette in scena le sue ansie estetiche e le sue guerre culturali. Ha ospitato una stanza vuota come opera d’arte, un letto disfatto, escrementi di elefante incorporati nella pittura. Ha fatto infuriare i tabloid e ha reso famosi gli artisti. Quest’anno, però, qualcosa si è inceppato. Jonathan Jones sul Guardian ha descritto la shortlist come “soppy” — zuccherosa, sentimentale — priva dell’engagement politico e della carica controversa delle edizioni precedenti. Wikipedia Eppure il premio lo ha vinto Nnena Kalu, artista con disabilità cognitiva e comunicazione verbale limitata che da oltre venticinque anni lavora con Action Space, una charity per artisti con disabilità d’apprendimento. Le sue sculture sospese — fasci di materiali avvolti, cocoons di tessuto, corda, nastro adesivo — hanno convinto la giuria per la “presenza fisica” e la “lively translation of expressive gesture into captivating abstract sculpture”. Wikipedia
Ed ecco il paradosso: l’edizione “soppy” produce il vincitore più radicale degli ultimi anni. Non radicale per provocazione, ma per qualcosa di più silenzioso e più profondo — per la domanda che pone sull’accesso, sulla norma, su chi ha il diritto di stare dentro quel recinto che si chiama Arte Contemporanea. Kalu non ha costruito la sua opera come critica alla disabilità. L’ha costruita come gesto. Ed è il gesto — ripetuto, ritmico, fisico — che la giuria ha riconosciuto come eccellenza. C’è qualcosa di hegeliano in questo capovolgimento: la forma più “sicura” del premio si rivela, nel contenuto, la più destabilizzante. Questa settimana, peraltro, è stata annunciata anche la shortlist del Turner 2026 — quattro artisti che convergeranno a settembre al MIMA di Middlesbrough — con una “strong emphasis on sculptural practice” e nessun pittore puro in lista. Artnet News La scultura, dunque, come lingua del presente. Non la superficie, ma il volume. Non l’immagine, ma il corpo nello spazio.
Sempre da Londra, ma in tutt’altro registro emotivo: la prima mostra postuma di Martin Parr. Parr è morto il 6 dicembre 2025 Martinparrfoundation, e il mondo della fotografia non ha ancora finito di elaborare il lutto. Al Jeu de Paume di Parigi, dal 30 gennaio al 24 maggio 2026, è in corso Global Warning: una retrospettiva che riunisce cinquant’anni di lavoro, da una ironica e spietata osservazione delle derive del mondo contemporaneo — il turismo di massa, il consumismo come religione laica, la dipendenza tecnologica, la degradazione ambientale. Jeu de Paume La mostra era stata concepita insieme a Parr, che è morto meno di due mesi prima dell’inaugurazione. Frieze C’è qualcosa di struggente e al tempo stesso di perfettamente parriano in questo: un artista che ha passato la vita a fotografare le grottesche incongruenze dell’esistenza umana si congeda dal mondo con una mostra intitolata Avvertimento Globale, costruita su cinque decenni di saturazione cromatica, flash in piena luce solare, corpi in costume da bagno, cibo unto, turisti che fotografano turisti che fotografano se stessi. Il curatore Quentin Bajac ha osservato che se si addestrasse un’intelligenza artificiale esclusivamente sulle immagini di Parr, genererebbe un mondo iperreale: spiagge affollatissime, centri commerciali clonati, esseri umani in costante movimento — connessi, ma alienati. Quel mondo, dice Bajac, è il nostro. CC/magazine
Parr non era un attivista. Era qualcosa di più fastidioso: un testimone amused, uno che rideva senza assolvere. La sua ironia corrosiva non produceva catarsi ma disagio, quel particolare disagio che si prova quando ci si riconosce nella caricatura. Global Warning è il suo testamento visivo — e ha la qualità dei grandi testamenti: non chiude nulla, ma tiene tutto aperto.
A questo punto, lo salto geografico conduce in Spagna, dove la settimana ha portato un dramma di tutt’altra natura. Il governo basco ha formalmente richiesto che Guernica di Picasso — attualmente custodita al Museo Reina Sofía di Madrid — venga temporaneamente trasferita al Guggenheim di Bilbao dall’ottobre 2026 al giugno 2027, in coincidenza con il novantesimo anniversario del bombardamento della città basca. Euro Weekly News Il leader basco Imanol Pradales ha definito la richiesta “un gesto di memoria storica e riparazione simbolica verso il popolo basco”. Spain in English Madrid ha risposto citando rapporti tecnici allarmanti: vibrazioni che potrebbero generare nuove crepe, sollevamento e perdita dello strato pittorico, lacerazioni del supporto. “Il dipinto non può essere arrotolato”, specifica il rapporto. Spain in English E intanto i partiti di destra accusano il governo socialista di “indebolire il tessuto nazionale” anche solo discutendo la questione, mentre i nazionalisti baschi parlano di “ostaggio culturale di Madrid”.
Guernica è il quadro che sintetizza meglio di qualunque altro la violenza del Novecento europeo. Picasso l’ha dipinta come urlo universale, come atto di testimonianza e di denuncia. Lo stesso Picasso aveva stipulato che l’opera non tornasse in Spagna finché non fosse stata restaurata la democrazia. Il dipinto arrivò in Spagna nel 1981, sei anni dopo la morte di Franco. Malay Mail Ora quella storia si riapre, ma in una chiave diversa: non più dittatura contro democrazia, ma identità regionale contro identità nazionale, memoria localizzata contro memoria condivisa. Per i baschi, Guernica rappresenta l’orrore specifico del bombardamento nazifascista della loro città sacra. Per il governo centrale, appartiene a tutti gli spagnoli come simbolo della transizione democratica. Theenglishchronicle
Entrambe le letture sono legittime. Ed è precisamente questo il problema: quando un’opera d’arte diventa un campo di battaglia politico, rischia di essere depotenziata dalla stessa intensità del conflitto che la circonda. La Guernica non è di Madrid, non è di Bilbao. È di chi guarda i bambini morti nel dipinto e riconosce in loro i bambini di qualunque guerra. Ma questa universalità è difficile da abitare quando ogni parte la rivendica come propria.
Il Guardian questa settimana segnalava anche le prime mostre al nuovo V&A East — dedicato alla storia della musica Black britannica — e una nuova personale di Isaac Julien, definita “bombastic meditation on human connection”. E ancora: un festival d’arte anarchico in Portogallo, le nomination per museo dell’anno, una giovane artista irlandese il cui lavoro “attacca la mente e le narici” — odori come medium estetico, la sinestesia come forma critica.
Pezzi diversi, toni diversi, latitudini diverse. Ma un filo comune li attraversa: l’arte che prova a stare nel mondo non come decorazione ma come interrogazione. Il Turner che premia una donna con disabilità cognitiva e reinventa i propri criteri senza dichiararlo. Parr che muore mentre il suo ultimo progetto testimonia la fine di un mondo che lui stesso ha fotografato senza sosta. Guernica che diventa di nuovo teatro di scontro — come se i suoi fantasmi non avessero mai smesso di reclamare attenzione.
Forse è questa la funzione più vera dell’arte: non rispondere, ma mantenere aperte le domande. Non consolare, ma disturbare. Non appartenerci, ma sfuggirci — proprio nel momento in cui crediamo di poterla stringere.





