
L’arte come campo di battaglia
26 Aprile 2026
The Architecture of Silence
26 Aprile 2026
Quando in una sola settimana arrivano, quasi in fila ordinata, una nuova rivista culturale, due autrici italiane del Novecento riscoperte, una terza che trionfa all’estero senza che nessuno la sappia, e un saggio sulla burocrazia che chiama in causa Boris Groys e Paolo Virno, si è tentati di cercarci un filo. Forse il filo c’è. Forse è il filo di ciò che fatica a stare al centro ma continua, ostinatamente, a essere.
Partiamo dall’inizio della settimana. Il 20 aprile esce Dissonanze, la nuova rivista online di Donzelli, e già il nome sceglie il proprio campo. La dissonanza — l’accordo disarmonico — diventa la metafora di un nuovo sforzo di conoscenza per l’azione, l’angolazione da cui guardare ai problemi pubblici in modo non scontato, individuando zone d’ombra, proposte e soluzioni. Rivistadissonanze Il primo numero, curato da Giacomo Gabbuti e Gianfranco Viesti, parla di ricchezza. Non a caso: la concentrazione estrema della ricchezza non è solo un dato economico, ma una minaccia diretta alla tenuta democratica. Il Manifesto È una scelta editoriale di quelle che si fanno quando si ha ancora il coraggio di credere che le parole abbiano peso specifico, che un titolo di rivista non sia uno slogan di marketing ma un impegno sul quale si risponde. Carmine Donzelli, che di quell’editrice è l’anima, sa bene che il rumore e la cattiva qualità della discussione pubblica coprono le poche voci critiche costruttive, e prevale chi urla più forte. ANSA Aprire una rivista in questo clima significa scegliere di sussurrare con precisione invece di urlare alla cieca. Una postura intellettuale che rispetto.
Nello stesso giorno, su Doppiozero, Felice Cimatti scrive di Gianna Manzini — o meglio, degli animali di Gianna Manzini. E qui la settimana comincia a mostrare il suo tema sotterraneo. Gianna Manzini è stata una delle più note e lette scrittrici italiane del secondo dopoguerra, da tempo però come eclissata. doppiozero Il perché di questa eclissi è detto con onestà: prima di tutto il genere — la scrittura femminile ha vissuto comunque in un cono d’ombra, proprio perché femminile doppiozero — poi lo stile, quella prosa raffinata, orgogliosamente letteraria, oggigiorno non solo inattuale perché per primo chi scrive non la usa più, ma anche il lettore è ormai disabituato a una lettura che richiede impegno e attenzione. doppiozero Due ragioni distinte, che però si intrecciano: essere donna e scrivere bene sono state, storicamente, doppie colpe. Il mercato perdona l’una o l’altra, non tutte e due insieme.
Il 21 aprile porta a Pagina 3 della Rai un’altra voce, e stavolta arriva da Il Post con la storia di Beatrice Alemagna. Nella letteratura per adulti c’è Elena Ferrante, in quella per l’infanzia nessuna è considerata come Beatrice Alemagna ilpost — e tuttavia in Italia se ne parla poco. La vicenda è quasi paradossale: un’autrice italiana che da almeno una decina d’anni sta ottenendo numerosi ed eccezionali riconoscimenti di critica, con libri illustrati per bambini apprezzati in tutto il mondo, soprattutto negli Stati Uniti. ilpost Il New York Times la incorona ogni anno. In Italia si scopre che esiste quando vince lo Strega ragazzi. Vale la pena fermarsi su questo: la narrativa per l’infanzia è, nel canone culturale nostrano, ancora considerata un genere minore. E le illustratrici, naturalmente, ancora meno.
Il 22 aprile è la volta di Anna Banti — e qui il filo si fa esplicito. La Balena Bianca pubblica un saggio sul volume Le donne muoiono, parte del “Cantiere Banti” curato da Daniela Brogi per Oscar Mondadori. Negli ultimi anni la critica si è spesso lamentata dell’assenza dei libri di Anna Banti nelle librerie italiane, a partire almeno dal monito lanciato dal convegno L’opera di Anna Banti del 1992. labalenabianca Il caso Banti è emblematico di un meccanismo che si ripete: autrice di primo piano, co-fondatrice e direttrice di «Paragone», la sua marginalizzazione va inquadrata attraverso una lente di genere, nelle pieghe cioè di quelle discriminazioni sistemiche già ravvisabili nell’atteggiamento “galante” della giuria del Premio Strega 1948, al quale Artemisia arrivò secondo per quattro voti. labalenabianca Banti mancò lo Strega nel ’48 per quattro voti. Quanto di quello scarto fosse letterario e quanto fosse di genere non lo sapremo mai, ma possiamo intuirlo.
E arriviamo al 23 e 24 aprile, con il saggio di Antonio Semproni su Il Tascabile — “Burocrazia e corpi simbolici” — che sembra a prima vista uscire dal filone. Invece no. Semproni, a partire da Boris Groys, propone una lettura della burocrazia come sistema di selezione di chi appartiene al regime della cura e chi ne viene escluso. Documenti, plichi e scartoffie non rappresentano altro se non “corpi simbolici”, cioè cose che ci rappresentano innanzi agli altri, che parlano di e per noi al loro cospetto. iltascabile Ma il punto davvero acuminato è il seguente: affinché i nostri corpi reali si mantengano in buona forma, in buona forma devono trovarsi anzitutto i nostri corpi simbolici. Le carte devono essere debitamente compilate, i documenti in regola, i plichi completi e ordinati. I corpi simbolici risultano cagionevoli, bisognosi di attenzione e di visite periodiche: con nostro aggravio, la loro cura diviene prerequisito di ammissione alla cura dei corpi fisici. iltascabile
Chi non ha i corpi simbolici in ordine — i migranti, i poveri, chi non ha dimora fissa, chi ha un nome difficile da trascrivere, chi non sa navigare lo SPID — è semplicemente fuori. La burocrazia non è neutra: è politica cristallizzata in moduli.
Ecco allora il filo. Manzini, Banti, Alemagna: scrittrici eccellenti che il canone ha messo in ombra per ragioni di genere, di stile, di settore considerato minore. Dissonanze che sceglie di partire dai margini, capovolgere lo sguardo. La burocrazia come meccanismo di esclusione dei corpi che non hanno i documenti in regola. È la stessa struttura logica che ritorna: c’è un centro che definisce la norma, e tutto ciò che non vi si adatta viene declassato, dimenticato, complicato nella sua esistenza.
La cultura italiana — quella buona, quella che questa settimana si è fatta leggere su Doppiozero, La Balena Bianca, Il Tascabile, Il Post — ha ancora la capacità di mettere in fila queste cose e di mostrarne la connessione. L’importante è che qualcuno abbia voglia di seguire il filo fino in fondo.





