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una rassegna della settimana che passa
Cominciamo dal panico. La comunità enigmistica internazionale — e chi pensava che esistesse una comunità enigmistica internazionale capace di andare in panico collettivo ha appena imparato qualcosa di utile su sé stesso — si è ritrovata in stato di crisi per un cruciverba del New York Times Magazine che non tornava. Irrisolvibile, almeno nei termini in cui un cruciverba dovrebbe essere risolvibile. Rivista Studio ne scrive il 4 maggio con il tono giusto, che è quello di chi sa che la cosa è insieme ridicola e serissima. Ridicola perché è un gioco. Serissima perché un cruciverba è un contratto: il costruttore promette che la soluzione esiste, il giocatore promette di cercarla. Quando il contratto si rompe, crolla qualcosa di più grande del passatempo domenicale — crolla la fiducia nella possibilità stessa che i problemi abbiano una risposta. In tempi come questi, non è una metafora di poco conto.
Il 5 maggio la Bottega di narrazione affronta com’è cambiata l’editoria italiana. Non serve leggere l’articolo per sapere la risposta, naturalmente — la risposta la conoscono tutti, è fatta di concentrazioni, di rese, di collane chiuse e di classici abbandonati e di libri che escono e scompaiono in tre settimane. Ma il modo in cui si racconta quella risposta conta, e conta capire se stiamo descrivendo una trasformazione o un declino — se il sistema editoriale si sta adattando o si sta arrendendo. La distinzione non è accademica: da essa dipende cosa vale la pena ancora difendere.
Il 6 maggio è Art a part of culture a occuparsi dell’italiano che rischia di svanire. La lingua, si intende — non la nazionalità, anche se i confini tra le due cose sono più porosi di quanto si creda. L’italiano che svanisce è quello della precisione, della sfumatura, del congiuntivo usato non per snobismo ma perché porta un’informazione che l’indicativo non porta. È la perdita silenziosa, quella che non fa rumore perché chi perde non se ne accorge e chi se ne accorge viene accusato di nostalgia. La questione è antica quanto la stampa, ma ogni generazione la eredita un po’ più avanzata, come una malattia a trasmissione lenta.
Il 7 maggio arriva la notizia più politicamente densa della settimana: il Pulitzer al Washington Post per l’inchiesta su Trump, rilancia Green Me. C’è qualcosa di commovente e di malinconico insieme in questo riconoscimento — commovente perché il giornalismo d’inchiesta esiste ancora e viene ancora premiato, malinconico perché il soggetto dell’inchiesta è tornato al potere nel frattempo. Il Pulitzer arriva come una sentenza in appello pronunciata dopo che il condannato è già stato graziato. Vale lo stesso la pena pronunciarla, per ragioni di archivio e di dignità professionale. Ma il senso di stridore resta.
Chiude la settimana Doppiozero con Piero Gobetti al Père Lachaise, l’8 maggio. Gobetti morì a Parigi nel 1926, a ventitré anni, per le conseguenze delle violenze fasciste. È sepolto nel cimitero che raccoglie Proust e Wilde, Chopin e Morrison — il luogo dove Parigi custodisce i suoi morti illustri e quelli che l’Europa le ha affidato in fuga. Andare a trovarlo lì è un gesto che vale più di molti saggi: è ricordare che il fascismo uccide anche chi riesce a scappare, e che certe biografie troncate di netto a ventitré anni pesano sulla storia con la stessa gravità di quelle che hanno fatto in tempo a compiersi.
Buona settimana.





