
Buon ascolto e buone letture
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In quelle braccia all’indietro grida il dolore dell’umanità
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ovvero: quando l’arte non può più fare finta di niente
C’è una scena che merita di essere immaginata prima di ragionare sui fatti. Cinque persone — Solange Farkas, Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma, Giovanna Zapperi — siedono attorno a un tavolo a Venezia, probabilmente con una vista sull’acqua, e decidono che non se ne fanno niente. Rinunciano all’incarico più prestigioso che il mondo dell’arte contemporanea possa offrire a una giuria. Si dimettono nove giorni prima dell’apertura della manifestazione più antica e più importante del settore. Senza una spiegazione pubblica articolata — solo un comunicato laconico che rimanda alla dichiarazione d’intenti già depositata. NPR
Quella dichiarazione, pubblicata il 22 aprile sulla piattaforma e-flux, stabiliva che la giuria non avrebbe preso in considerazione per i premi i paesi attualmente imputati di crimini contro l’umanità davanti alla Corte penale internazionale. Non faceva nomi, ma il riferimento era trasparente: Israele e Russia, entrambi presenti con padiglioni nazionali ai Giardini. The Globe and Mail
La Biennale non ha potuto — o non ha voluto — reggere quella posizione. E la giuria ha tratto le conseguenze.
La sequenza degli eventi è istruttiva nella sua rapidità. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli aveva già dichiarato che non avrebbe partecipato alle anteprime in segno di protesta contro la partecipazione russa. Il suo ministero ha inviato ispettori a Venezia, ufficialmente per raccogliere documenti in risposta a una richiesta europea. La Commissione europea ha sospeso due milioni di euro di finanziamenti alla Fondazione organizzatrice proprio per la questione del padiglione russo. Giorgia Meloni, interpellata sul caso, ha ribadito il disaccordo del governo con la scelta di ammettere i russi, pur riconoscendo l’autonomia della Biennale. NPR + 2
Da destra, Matteo Salvini ha trovato il modo di trasformare il disastro in virtù: «Sarà una Biennale autonoma e democratica», ha dichiarato, approvando la scelta di affidare i premi al voto del pubblico. «Non c’è niente di meglio.» È il commento più rivelatorie dell’intera vicenda — la populizzazione del giudizio estetico come risposta alla crisi politica dell’istituzione. NPR
La 61ª Biennale si è aperta in un’atmosfera caotica. Decine di artisti hanno annunciato il ritiro dalla competizione per i premi — tra loro Laurie Anderson, Alfredo Jaar, Zoe Leonard, e padiglioni nazionali come Francia, Ecuador ed Emirati Arabi. «Lo facciamo in solidarietà con le dimissioni della giuria», si legge nella loro dichiarazione. NPR
Il collettivo Pussy Riot ha fatto irruzione nel padiglione russo con passamontagna rosa, fumogeni e lo slogan «No Putin a Venezia». Migliaia di manifestanti hanno sfilato per protestare contro la presenza israeliana. Nel mezzo, l’arte. Che pure c’è, e che pure qualcuno va a vedere. NPR
Vale la pena fermarsi su un dettaglio che rischia di passare in secondo piano: il Leone d’Oro per il miglior padiglione nazionale non viene assegnato. Per la prima volta nella storia recente della manifestazione, il premio più ambito dell’olimpiade dell’arte contemporanea scompare dalla cerimonia di apertura. Al suo posto, un sistema di voto anonimo via email per i visitatori, con i risultati annunciati il 22 novembre, giorno di chiusura. The Globe and MailNPR
È una soluzione che suona come una resa vestita da innovazione democratica. Il voto del pubblico non è la stessa cosa del giudizio critico — non è migliore né peggiore, è semplicemente un’altra cosa. Confonderli è la cifra di un’epoca in cui la legittimazione per acclamazione ha sostituito quella per competenza, e in cui la parola «autonomia» viene usata per dire esattamente il contrario di quello che significa.
La Biennale di Venezia ha una lunga storia di pressioni politiche assorbite o rifiutate. Nel 1974, dopo il golpe cileno, il direttore Carlo Ripa di Meana prese la decisione senza precedenti di cancellare i padiglioni nazionali per quell’anno, concentrando l’evento sul tema della democrazia e del cambiamento sociale. Era una scelta radicale, coerente, pagata di persona. Nel 2022, i curatori e gli artisti del padiglione russo si dimisero da soli, dichiarando che «non c’è posto per l’arte quando i civili muoiono». NPRNPR
Questa volta la direzione ha tenuto duro sull’inclusione — forte dell’argomento che la Biennale non ha l’autorità di impedire la partecipazione a un paese riconosciuto dalla Repubblica italiana, e che la Russia possiede il proprio padiglione dal 1914. È un argomento giuridicamente fondato e politicamente insufficiente. Distinguere tra il diritto a partecipare e l’opportunità di premiare era esattamente quello che la giuria aveva tentato di fare — e quella distinzione è stata travolta dalla pressione incrociata del governo italiano, dell’Unione europea, del lobbying diplomatico israeliano e dell’indignazione diffusa. NPR
Ciò che resta è una Biennale aperta, affollata di proteste, priva di giuria e priva di Leone. E la sensazione, non nuova ma sempre scomoda, che le istituzioni culturali reggano bene il peso dell’arte e malissimo quello della storia quando la storia bussa alla porta nel pieno della stagione.





