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e altre mostre da non perdere in questo maggio londinese
C’è una fotografia che non si vede. O meglio: che non avrebbe dovuto sopravvivere. Eppure è lì, alla Wiener Holocaust Library di Londra, fino al 15 maggio, a testimoniare qualcosa che i regimi totalitari hanno sempre saputo — che l’immagine è più pericolosa della parola, perché porta il volto, e il volto è la prova che qualcuno è esistito.
Hidden: Photography and Displacement Under the Khmer Rouge racconta la Cambogia di Pol Pot attraverso il lavoro di Charles Fox e Prum Sisaphantha, detto Pantha — un fotografo e un testimone, o forse entrambi le cose insieme. Il titolo dice già tutto e non dice niente: nascosto è la condizione della memoria sotto un regime che ha tentato di azzerare il calendario, di ricominciare dall’Anno Zero, di cancellare non solo le persone ma la loro traccia nel tempo. Fotografare era resistere. Conservare una fotografia era un atto di sovversione silenziosa, il contrario esatto del progetto ideologico khmer che voleva il presente senza passato e il futuro senza individui.
Viene spontaneo pensare, guardando questa mostra, a quanto la storia del Novecento sia anche una storia di archivi salvati di nascosto, di negativi sepolti, di album tenuti sotto i mattoni. La Wiener Holocaust Library lo sa bene: è nata proprio da quella necessità, dall’urgenza di Alfred Wiener di documentare ciò che stava accadendo in Germania prima che qualcuno potesse dire che non era mai accaduto. Il dialogo tra i due orrori — la Shoah e il genocidio cambogiano — non è esplicito nella mostra, ma è inscritto nel luogo che la ospita, e chi visita non può non sentirlo.
A pochi passi di distanza, in senso ideale se non geografico, il British Museum offre fino al 20 settembre un’esperienza radicalmente diversa nel tono ma non lontana nel tema: Early Netherlandish Drawings porta in superficie disegni finora non attribuiti, ora ricondotti alla bottega di Rogier van der Weyden, il grande pittore fiammingo del Quattrocento. Anche qui, in fondo, una questione di identità e di paternità: chi ha fatto questa cosa, chi l’ha tenuta in vita, chi la consegna alla storia. Il disegno preparatorio è il retro della tela, ciò che il pittore nascondeva allo sguardo del committente — e che il tempo, paziente, riporta alla luce.
Da White Cube, fino al 31 maggio, Katharina Grosse occupa lo spazio con quella che si può solo chiamare pittura ambientale: installazioni che debordano dalle pareti, colori stesi con il compressore come se la tela fosse il mondo intero. I Set Out, I Walked Fast — il titolo ha il ritmo di una decisione improvvisa, di un movimento che non ammette indugio. La Grosse lavora contro la misura, contro il bordo, contro l’idea che un’opera d’arte abbia una cornice. È una posizione estetica ma anche, in qualche modo, politica: l’arte come rifiuto del confinamento.
Chiude questo giro inglese Handpicked, a Kettle’s Yard di Cambridge fino al 6 settembre: Vanessa Bell, Henri Rousseau e altri in una celebrazione del fiore nell’arte moderna. Potrebbe sembrare la proposta più innocua del lotto, e invece il fiore ha sempre avuto una sua doppiezza — è bellezza e decomposizione insieme, memento mori travestito da ornamento. Vanessa Bell lo sapeva: le sue tele hanno una malinconia trattenuta che il soggetto floreale non riesce a mascherare del tutto.
Quattro mostre, una sola stagione. E la stessa domanda sottotraccia: cosa conserviamo, e perché, e a quale costo.





