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C’è qualcosa di profondamente giusto che studi su Paolo Poli si tengano a Venezia, sull’Isola di San Giorgio Maggiore, nella sede della Fondazione Giorgio Cini. Non per ragioni geografiche o di convenienza accademica, ma per una consonanza più sottile: Poli era, come quella isola, un luogo separato dal mondo eppure al suo centro, raggiungibile solo attraversando qualcosa — un tratto d’acqua, un confine di stile, una soglia di complicità culturale.
Il convegno Paolo Poli. Sessanta e più anni di diavolerie teatrali, organizzato dall’Istituto per il Teatro e il Melodramma in collaborazione con Ca’ Foscari e l’Università di Firenze, si apre il 14 maggio e dura due giorni. A dieci anni dalla scomparsa dell’attore fiorentino, l’iniziativa non ha l’aria della commemorazione retorica — quelle iniziative dove si celebra ciò che non si capisce più — ma di una ricerca vera, condotta a partire dall’archivio dell’artista conservato presso l’Istituto stesso. Carte, materiali, documenti: la materia grezza di un teatro che sembrava fatto d’aria e invece aveva radici profonde e metodiche.
Poli è stato uno di quegli artisti che il proprio tempo ha amato senza del tutto capire, godendone la superficie luminosa — la leggerezza, la grazia travestitrice, l’ironia che non graffiava mai ma pungeva sempre — senza scendere nel lavoro sotterraneo che quella superficie sosteneva. Un teatro “leggero ma colto, elegante e irriverente”, scrivono gli organizzatori, e la sequenza dei quattro aggettivi è già una piccola fenomenologia: la leggerezza non esclude la cultura, l’eleganza convive con la trasgressione. Questa era la scommessa di Poli, e la vinceva ogni sera.
Calcò il palcoscenico ben oltre gli ottant’anni. La Fondazione Cini, non a caso, inserisce questo convegno nel quadro delle iniziative sulla Humankind and Longevity: non la vecchiaia come decadenza, ma la longevità come forma di creatività ostinata e rinnovata. Poli smentiva con la sola presenza scenica ogni retorica del declino. La sua vecchiaia era ancora invenzione, ancora rischio, ancora piacere del gioco teatrale. Una lezione che va molto al di là del teatro.
La serata del 14 maggio, alle diciotto, nella Biblioteca del Longhena — uno degli spazi più belli che l’architettura veneziana abbia concepito per il pensiero — avrà toni diversi, più intimi e narrativi. Lucia Poli e Arturo Brachetti, in dialogo con la giornalista Anna Bandettini, porteranno testimonianze dirette: voci di chi ha condiviso con Paolo Poli il tempo, il mestiere, l’affetto. Brachetti, trasformista di rango internazionale, viene da una tradizione teatrale che con Poli ha più di un punto di contatto — la velocità del cambiamento, il corpo come strumento totale, la varietà come forma d’arte nobile. Lucia è la sorella, e le sorelle sanno cose che i critici non sapranno mai.
Un convegno di studi, dunque. Ma anche qualcosa d’altro: il tentativo di restituire a un artista difficilmente classificabile — troppo colto per il varietà, troppo irriverente per il teatro ufficiale, troppo anomalo per qualsiasi casella — la profondità che merita. Sull’isola di San Giorgio, tra i fondachi della memoria e il rumore sordo della laguna, sembra il posto giusto per farlo.





