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Appunti su arte, corpi e sopravvivenza
Venezia è una città che galleggia. È la sua condizione ontologica, il suo destino fisico, la sua metafora permanente. Ed è forse per questo che la Biennale d’arte ci sta così bene: perché anche l’arte, quando ci si mette dentro la politica, galleggia in un equilibrio precario tra due acque — quella dell’autonomia estetica e quella del potere che la finanzia, la sceglie, la espone.
Pierre Haski, su Internazionale, pone la questione con la chiarezza del buon giornalismo: l’arte può essere neutrale alla Biennale di Venezia? La risposta implicita è no, e non perché gli artisti siano necessariamente militanti, ma perché la struttura stessa dell’evento — padiglioni nazionali, artisti scelti dai governi — risolve il problema prima ancora che si ponga. Il padiglione russo c’è o non c’è? Il padiglione israeliano apre o viene boicottato? Chi decide chi rappresenta una nazione nell’arte? Sono domande politiche vestite da domande estetiche, o forse il contrario. Walter Benjamin aveva visto questa cosa con anticipo brutale: ogni documento di cultura è anche un documento di barbarie. Non come accusa, ma come descrizione. L’arte non si fa nel vuoto. Si fa con soldi, con istituzioni, con scelte. E le scelte sono sempre politiche, anche quando fingono di non esserlo — soprattutto quando fingono di non esserlo.
Eppure qualcosa rimane inafferrabile, nell’opera, che sfugge al mandante. È la piccola vendetta dell’arte sul potere.
Nel nord della Nigeria, dove le norme sociali islamiche regolano con precisione certosina quello che le donne possono dire, mostrare, immaginare ad alta voce, un gruppo di scrittrici scrive romanzi erotici. Li distribuisce a capitoli sulle app di messaggistica. Il New York Times ne parla come di un fenomeno, e lo è: ma è anche qualcosa di più antico di qualsiasi app.
È la stessa cosa che facevano le trovatore medievali che cantavano d’amore in codice. È la stessa cosa che facevano le donne dell’Ottocento che nascondevano romanzi sotto il telaio. Il corpo femminile desiderante — non desiderato, desiderante — è da sempre la cosa più censurata di qualsiasi società che si organizzi attorno al controllo delle donne. Non perché il sesso sia pericoloso in sé, ma perché il desiderio femminile autonomo è eversivo per definizione: stabilisce che la donna ha un interno, una volontà, una direzione propria.
L’app è solo l’ultimo corridoio segreto. Il palazzo è sempre lo stesso.
Il Giappone sta invecchiando. Non è una novità, ma le conseguenze continuano a sorprendere per la loro specificità. L’ultima, segnalata da Nihon Keizai Shimbun: gli editori di manga cercano artisti e redattori all’estero perché non ne trovano abbastanza in patria. Il manga — forma d’arte nata da una cultura così precisa, così radicata in una certa gestualità visiva, in certi codici emotivi, in certi silenzi grafici — si apre all’esterno per sopravvivere.
C’è qualcosa di malinconico e insieme vitalissimo in questo. Malinconico perché segnala la fine di un’epoca in cui la cultura poteva permettersi di essere autarchica, di riprodursi dentro se stessa. Vitalissimo perché il manga è già da decenni la forma narrativa visiva più imitata del mondo — c’è un’intera generazione di disegnatori brasiliani, francesi, nigeriani, italiani cresciuta dentro quella grammatica. Ora quella grammatica chiama a raccolta chi l’ha amata dall’esterno.
È la globalizzazione al contrario: non l’Occidente che esporta forme, ma una forma che si lascia abitare dal mondo intero per non morire. Forse è questo il futuro di tutte le culture che invecchiano: non difendersi, ma aprirsi. Lasciare che gli altri amino quello che tu hai creato, e fidarti di quell’amore.
Negli anni Ottanta, Sirkka-Liisa Konttinen — fotografa finlandese trapiantata nel nord-est dell’Inghilterra — entrò in una scuola di danza in un quartiere operaio e rimase. Rimase anni. Fotografò bambine e adolescenti che si allenavano, sudavano, sognavano, cadevano e si rialzavano. Lo fece con quella rara qualità che i migliori fotografi documentari possiedono: la capacità di diventare invisibili senza diventare assenti.
Quello che ne uscì non era solo un reportage sul ballo. Era un documento sul desiderio di riscatto — quella parola grossa, quella parola vera — in un contesto in cui le possibilità erano poche e i sogni costavano fatica fisica. Le bambine che danzano in un quartiere operaio inglese degli anni Ottanta — Thatcher al governo, miniere che chiudono, futuro che si restringe — stanno facendo qualcosa di preciso con il loro corpo: stanno rifiutando il destino che il codice postale ha già scritto per loro.
La danza come politica del corpo. Come il romanzo erotico nell’app nigeriana. Come il manga che chiama artisti brasiliani. Come il padiglione che galleggia sull’acqua di Venezia.
Quattro storie diverse, un solo tema sotto: chi ha il diritto di fare arte, di desiderare, di sognare, di raccontare. E chi decide i confini di quel diritto.
La risposta, in tutti e quattro i casi, è la stessa: i confini li decidono altri. Ma le storie le fanno sempre i corpi che si muovono dentro quei confini, e a volte — spesso più spesso di quanto i confini si aspettino — li attraversano.





