
Piancastagnaio. «Un’opportunità. Noi siamo esclusi»
28 Giugno 2026
di pierluigi piccini
Sul Risiko bancario manca un giocatore: il territorio. E il nome non è un’etichetta.
L’articolo di Rony Hamaui ha un pregio che va riconosciuto prima di discuterlo: dice la verità sgradevole che molti aggirano. L’offerta di Intesa sul Monte passerà, e il problema non è il «se» ma il giorno dopo — l’integrazione di Mediobanca, la fuga dei banker dal wealth management, la partecipazione in Generali industrialmente indigeribile per ragioni antitrust. La sua mappa dei rischi di esecuzione è la più lucida che si legga in queste settimane. È sul frame, non sui fatti, che vale la pena fermarsi.
Hamaui sceglie il Risiko, fin dal titolo, e ne accetta il presupposto nascosto: lo scacchiere è terreno muto, le caselle non parlano, esistono solo come posta fra grandi potenze. È la grammatica che gli consente di scrivere che i proponenti «hanno fatto bene» a cancellare il «di Siena», e di proporre «Monte dei Paschi di Modena». Qui si apre il bivio. Il nome di quella banca non è mai stato descrittivo: «Paschi» sono i pascoli maremmani che garantivano il monte fin dal Seicento, una garanzia letteralmente territoriale, un nome che teneva insieme un credito e una terra. In un’istituzione di quattro secoli il nome non fotografa: costituisce. Staccarlo da Siena e innestarlo, via Unipol e poi Bper, su un’entità emiliana non registra un baricentro già spostato — lo compie.
Eppure sulla descrizione dell’atto l’accordo è totale. Hamaui dice: il cuore e la mente vanno in Emilia. Il Consiglio comunale di Siena, all’unanimità dei suoi ventisette consiglieri, dice la stessa cosa con parole tecniche — l’operazione separa il marchio dalle funzioni direzionali e dagli asset strategici che ne costituiscono il contenuto industriale — solo che ne trae il segno opposto: non «appropriato», ma lesivo, perché il marchio è un unicum inscindibile dalla banca e dal suo ruolo sul territorio. Identico fenomeno, valore rovesciato.
C’è poi l’assenza che l’articolo non nomina mai. Nel Risiko di Hamaui l’unico vincolo esterno al disegno privato è l’antitrust, risolto privatamente con l’accordo Unipol e il passaggio a Bper. Lo Stato non compare, il golden power non è citato neppure per escluderlo. Ma proprio in questi giorni quel silenzio è diventato una mossa: il 27 giugno Intesa ha depositato il prospetto in Consob e ha inviato all’ufficio per il golden power di Palazzo Chigi una comunicazione preliminare, la procedura usata per escludere a monte la necessità di una notifica formale. È il frame del Risiko fatto atto giuridico: partita privata, scacchiere senza voce, nulla di strategico da proteggere. Intesa non aspetta che la domanda pubblica si apra: la chiude prima che venga posta.
Una concessione è dovuta. Sul test classico del golden power — controllo in mani estere, pericolo per il risparmio, perdita di un asset critico — la lettura di Hamaui è la più forte: nasce un campione a base azionaria italiana, nessuna mano straniera, nessun rischio per il debito. L’argomento senese, fondato su radicamento, occupazione e sede, è di un’altra categoria, e rischia di apparire difesa del campanile travestita da sicurezza nazionale. È la vera obiezione da battere. Senonché è stato il governo stesso ad allargare la dottrina: Giorgetti ha dichiarato che il golden power vale anche tra banca italiana e banca italiana, e che la sicurezza economico-finanziaria è ormai parte della sicurezza nazionale. Una volta entrata nel perimetro la sicurezza economico-finanziaria, il varco è aperto: la concentrazione, il credito alle famiglie e alle piccole imprese smettono di essere «mercato» e diventano «sicurezza». La leva l’ha consegnata il ministro, non l’opposizione — salvo poi tenerla in mano con il dito sul «non credo», tra neutralità rivendicata e prescrizioni ammesse solo in astratto, e con un Tesoro ancora dentro al 4,86 per cento: arbitro e giocatore nella stessa persona.
La geometria reale, allora, non è il duello che sembrava — il mercato contro la nostalgia — ma un triangolo in cui il governo tiene aperte tutte le porte e Intesa prova a chiuderne una sola, quella del potere pubblico. E il tempo è impietoso: il perfezionamento è atteso per dicembre 2026, ma la cessione a Unipol, quella che staccherà davvero il marchio, è prevista nel secondo semestre del 2027. Quando l’insegna lascerà Siena, la partita politica sarà archiviata da un anno. È la più antica astuzia dello scacchiere: separare il momento della decisione da quello dell’effetto, così che nessuno possa più opporsi quando l’opposizione conterebbe.
Resta il nodo che decide tutto, ed è di linguaggio prima che di diritto. Finché lo si difende come nostalgia del radicamento, l’argomento senese resta fuori dallo strumento. Diventa forte solo se si sposta il marchio dal piano simbolico a quello dei flussi materiali che un’istituzione governa: chi controlla quel nome controlla la circolazione del credito in una regione. Allora la separazione dell’insegna dalle funzioni non è più questione di campanile, ma di metabolismo territoriale. Ed è qui che il titolo di Hamaui si ritorce con grazia su chi ha scelto la metafora: il Risiko nasconde che le caselle sono luoghi abitati, e che a un certo punto, se hanno ancora istituzioni e voce, smettono di essere terreno e ricominciano a contare come soggetti. Si gioca su una terra che ha un nome, e quel nome non è un’etichetta.





