
Piancastagnaio. 𝐄𝐦𝐚𝐧𝐮𝐞𝐥𝐞 𝐌𝐚𝐫𝐬𝐢𝐜𝐨, insieme a 𝐏𝐢𝐞𝐫𝐨 𝐅𝐫𝐚𝐬𝐬𝐢 e 𝐀𝐧𝐝𝐫𝐞𝐚 𝐁𝐞𝐧𝐢𝐧𝐚𝐭𝐢, Sabato 29 Agosto a 𝐅𝐨𝐧𝐭𝐢 𝐉𝐚𝐳𝐳 𝐅𝐞𝐬𝐭𝐢𝐯𝐚𝐥
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Sette letture della settimana, tra il Novecento delle catastrofi e un continente che rivendica il suo posto nella storia culturale del mondo.
La settimana culturale che si chiude tiene insieme, quasi senza volerlo, due movimenti: da un lato l’ostinato ritorno della letteratura sul secolo delle catastrofi e sulle mutazioni del presente; dall’altro un lento, necessario spostamento dello sguardo verso ciò che l’Europa ha a lungo tenuto ai margini. Ne esce una mappa che vale la pena percorrere.
Si parte da Pangea (24 agosto), che dà conto dell’uscita, per Suhrkamp, dei diari tedeschi di Samuel Beckett. Sono sei quaderni compilati durante un viaggio di sei mesi nella Germania del 1936-37, curati da Mark Nixon e Oliver Lubrich: gli ultimi grandi inediti dello scrittore irlandese. La loro importanza sta tutta in una smentita. Il poeta della disperazione e dell’immobilità, l’autore di Godot, attraversa il nazismo nascente con occhio lucidissimo e tutt’altro che indifferente alla politica. Annota il conformismo diffuso, il “Heil Hitler” ripetuto senza tregua, il fastidio fisico davanti alla retorica della “necessità storica” e del “destino germanico”, registra le opere degli artisti ebrei rimosse dai musei. È lo sguardo dell’estraneo che, proprio perché non implicato, vede di più: da qui, di lì a poco, l’impegno nella Résistance. Un promemoria su come l’arte possa essere forma di resistenza prima ancora che scelta di campo.
Dal Novecento tedesco al nostro presente algoritmico. Il Tascabile (25 agosto) discute il libro di Vittorio Gallese sul “Sé digitale”, muovendo dalle neuroscienze dell’embodiment. La tesi è controintuitiva rispetto al senso comune: il digitale non cancella il corpo, lo riconfigura. Non esiste un altrove virtuale separato dalla nostra carne; l’accelerazione del battito prima di una notifica, la stanchezza dopo ore di videochiamata dicono che siamo lì con tutto il sistema nervoso. Il corpo resta il medium primario, e l’ipotesi più radicale è che l’intero organismo biologico si modifichi coemergendo con l’ambiente tecnologico. Contro la fluidità senza attriti degli ambienti digitali, l’articolo indica una via di resistenza nel recupero dell’aisthesis, della capacità originaria di sentire il mondo.
Il Domani (26 agosto) firma l’intervento più esplicitamente polemico della settimana: serve più cultura woke, non meno. La mossa argomentativa è spostare il termine dal terreno della caricatura a quello del metodo. Woke, qui, non è il repertorio degli eccessi che i suoi detrattori amano esibire, ma attenzione analitica ai meccanismi materiali che orientano il nostro modo di pensare. Da questo punto di vista i suoi limiti non sono esagerazioni da smorzare, bensì carenze da denunciare: ogni semplificazione fideistica è mancanza di contesto. Il rilievo tocca anche il campo progressista italiano, tra prese di distanza e silenzi imbarazzati, e ha il merito di restituire complessità a una parola ormai ridotta a insulto.
Doppiozero (27 agosto) accompagna il ritorno in libreria, per L’orma, di “Un viaggio a Klagenfurt” di Uwe Johnson, nella cura di Luigi Reitani, nell’anno del centenario di Ingeborg Bachmann. Pochi giorni dopo la morte dell’amica, avvenuta a Roma nell’ottobre del 1973, Johnson raggiunge la città austriaca dell’infanzia di lei. Ne nasce una biografia anomala, un’antibiografia fatta di cocci: frammenti di vita, idiosincrasie, luoghi. È il tema che Johnson ha attraversato tutta la vita — l’intreccio tra memoria dei luoghi, storia collettiva e destino individuale — e che qui trova la sua prova più intima. La casa dell’infanzia come prospettiva da cui prende forma il mondo; e quella casa che, per Bachmann dodicenne all’ingresso delle truppe di Hitler in Austria, viene lacerata per sempre. Un tempo che precede la catastrofe e somiglia molto al nostro.
Chiude il blocco italiano Il Post (28 agosto), con i quarant’anni di “Stand by Me” di Rob Reiner, tratto dal racconto “Il corpo” di Stephen King. È il film che meglio ha raccontato la soglia dell’adolescenza, l’amicizia maschile e la provincia americana, e che resiste al tempo perché sotto il pretesto thriller — quattro ragazzini di Castle Rock che cercano il cadavere di un coetaneo lungo i binari — mette in scena il primo, vero apprendistato del dolore: lutti familiari, incomprensioni, il peso del giudizio. L’articolo ricorda anche la forza delle musiche, dalla canzone di Ben E. King a Buddy Holly. La ricorrenza, inevitabilmente, si è caricata di una nostalgia in più, per la parabola di quei ragazzi divenuti adulti.
Poi lo sguardo si allarga, ed è qui che la rassegna trova il suo contrappunto più interessante. Da El País, un pezzo dell’africanista Chema Caballero racconta Angélique Kidjo, prima artista africana nera a ricevere una stella sulla Walk of Fame di Hollywood — la 2.854ª, nella categoria Recording. Cantante beninese-francese, cinque Grammy, oltre quarant’anni di carriera a fondere le sonorità dell’Africa occidentale con jazz, funk, R&B e gospel, Kidjo ha letto il riconoscimento non come traguardo personale ma come celebrazione di un continente e del suo contributo, spesso misconosciuto, alla musica del mondo. Il gesto arriva in un momento in cui gli artisti africani ridisegnano la geografia del pop globale; e non è casuale che a raccontarlo, sulla stampa spagnola, sia una voce che l’Africa la studia e la frequenta.
Sullo stesso versante, da Lusa — la principale agenzia di stampa portoghese — un ritratto di Noémia de Sousa a cento anni dalla nascita (20 settembre 1926). Consacrata come la “madre” dei poeti e delle poete del Mozambico, prima donna nera a pubblicare poesia nel Paese, de Sousa fece della letteratura un’arma contro il colonialismo: sua la celebre “Deixa passar o meu povo”. Perseguitata dalla polizia politica del regime, visse tra Mozambico, Portogallo e Francia, lavorando a lungo come giornalista e traduttrice, anche per la stessa Lusa. La sua unica raccolta, “Sangue Negro”, uscì solo nel 2001; il centenario porta con sé una nuova biografia letteraria di Nelson Saúte e una serie di omaggi. Il titolo di un pezzo — “Saremo sempre liberi se ci lasciate la musica” — dice bene il filo che la lega, idealmente, a Kidjo: la cultura come ultima e prima forma di libertà.
Il senso complessivo della settimana sta forse in questa simmetria. Da una parte l’Europa che continua a interrogare le proprie ferite — il nazismo, la memoria, il corpo che le tecnologie ridisegnano, le battaglie sulle parole. Dall’altra un’Africa che rivendica, con una stella su un marciapiede di Hollywood e con il centenario di una poetessa, il proprio posto nella storia culturale del mondo. Due modi diversi di dire la stessa cosa: che la cultura non è mai decorazione, ma il terreno su cui si gioca chi siamo.





