Matteo Salvini vorrebbe approfittare dell’inchiesta di Perugia per riscrivere la storia degli scandali finanziari della Lega. Sono vicende tuttavia, che nulla hanno a che fare con il caso della fuga di notizie da banche dati della procura nazionale antimafia e di dossier confezionati dal medesimo ufficio con a capo il graduato della guardia di finanza Pasquale Striano.

Da quanto è emerso in alcuni articoli, il finanziere avrebbe inviato delle informative sui conti leghisti alle procure di Genova, Bergamo e Milano. Tutti uffici, però, che fin dal 2018 avevano fascicoli già aperti sui fondi leghisti. Indagini che, questo è certo, non sono iniziate su impulso della procura nazionale antimafia.

I 49 MILIONI

La prima data, e il primo fatto, da tenere a mente è il 24 luglio 2017. Il tribunale di Genova ha condannato in primo grado, tra gli altri, Umberto Bossi e Francesco Belsito per truffa aggravata ai danni dello stato per le ruberie dei rimborsi elettorali gonfiati ricevuti dalla Lega Nord presentando rendiconti farlocchi. Da qui ha origine il debito mostruoso di 49 milioni del partito, al quale i giudici impongono la restituzione fin dal primo verdetto di quel luglio di sette anni fa. Persino l’avvocatura dello stato si era costituita parte civile contro la truffa. Non Salvini, che ha scelto di non chiedere i danni al fondatore Bossi e all’allora tesoriere Belsito.

Dopo la sentenza di primo grado, la procura genovese ha tentato, attraverso la Guardia di finanza, di recuperare il credito per conto dello Stato. Sui conti del partito e delle sezioni locali però i finanzieri trovano solo 3 milioni. Due anni dopo la Cassazione conferma il sequestro dei 49 milioni. Ma nelle casse del partito non c’è nulla.

Ecco perché la procura di Genova già nel 2018 aveva iniziato a indagare per riciclaggio della somma da restituire allo Stato. Un’indagine durata qualche anno e in parte condivisa con la procura di Milano, dopo che elementi ricavati dalle segnalazioni dell’antiriciclaggio di Banca d’Italia, ha fatto supporre l’esistenza di una rete società che avrebbero avuto un ruolo nella scomparsa del denaro.

I COMMERCIALISTI

Inizia così un’altra storia, che inguaia i commercialisti del partito e poi, ma per il reato di finanziamento illecito, il tesoriere scelto da Salvini, Giulio Centemero. Dai documenti dell’antiriciclaggio i magistrati scoprono che Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni (revisori contabili dei gruppi parlamentari della Lega nonché nominati nelle società collegate al partito e in alcune aziende pubbliche) erano a capo di uno studio professionale di Bergamo dal quale transitavano i soldi del partito.

Un fiume di denaro speso dalla Lega Nord diretto allo studio Dea Consulting, chiuso dopo che Di Rubba e Manzoni sono finiti tra gli indagati. Ricostruendo l’attività della coppia di professionisti della Lega la procura di Milano inaugura un nuovo filone d’indagine, quello relativo alla Lombardia Film commission: un ente presieduto proprio Di Rubba, piazzato lì dalla Lega che guidava la regione.

Si scopre così che Lombardia film commission aveva acquistato al doppio del valore un fabbricato a Cormano, vicino a Milano, pagandolo quasi 1 milione di euro. Il venditore era una società legata al giro dello stesso Di Rubba, cioè il presidente che autorizzò l’acquisto.Parte dei soldi, emerse successivamente, finirono seguendo giri vari alle società degli stessi commercialisti, rinviati a giudizio dai pm di Milano. Il processo di primo grado si è chiuso con una condanna per Di Rubba e Manzoni.

Altri hanno patteggiato, come Michele Scillieri, presso il cui studio era stata domiciliata la Lega Salvini premier, cioè il nuovo partito sovranista che ha archiviato la Lega Nord, lasciata in agonia come bad company zeppa di debiti.

Un fascicolo di indagine, slegato da Lombardia Film commission, era stato aperto anche dalla procura di Bergamo, perché molte delle società dei commercialisti avevano sede in quella provincia e lo studio si trovava nel centro della città.

Intanto Di Rubba dopo la condanna è stato promosso da Salvini: è diventato tesoriere al posto di Centemero.

FINANZIAMENTO ILLECITO

In parallelo a questo scandalo finanziario, si è sviluppato un altro filone tra Roma e Milano per finanziamento illecito. Sotto accusa l’allora tesoriere Giulio Centemero: tramite l’associazione Più Voci, Luca Parnasi (costruttore romano impegnato al tempo nella progetto nuovo stadio della Roma) aveva versato 250 mila euro.

Per la procura era un modo per sostenere il partito o le sue articolazioni. Più Voci aveva ricevuto un cifra inferiore da Esselunga, e su questo è la procura di Milano ad aver dato il via a un’inchiesta che ha già portato alla condanna in primo grado di Centemero. A Roma, invece, il processo è in corso e il rischio della prescrizione concreto.

Ora la Lega vorrebbe riscrivere la storia dei suoi scandali, che però iniziano non per colpa dell’antimafia o di qualche dossier partito da Roma. L’origine dei guai anche recenti è sempre in un numero: i 49 milioni della truffa ai danni dello stato.