
“Già dell’essere” (III parte)
30 Maggio 2026
Il Sommo Bene sotto i piedi
30 Maggio 2026L’onda, l’oceano e gli eterni. Confronto a distanza con Emanuele Severino
di Pierluigi Piccini
Emanuele Severino è morto a Brescia nel gennaio 2020. Ma se prendo sul serio ciò che ha scritto per tutta la vita, devo dire che non è morto affatto: ha soltanto lasciato il cerchio dell’apparire, restando intatto come tutto ciò che è. Comincio da qui il mio confronto a distanza con lui, perché è il punto in cui mi sento suo fratello e, nello stesso istante, sono costretto a separarmene.
Qualche giorno fa, dopo una messa a San Martino, ho scritto che l’essere non muore: che ciò di cui siamo fatti non appartiene al tempo ma all’essere, e che l’essere non finisce. Avevo in mente un’onda che si dissolve nell’oceano — l’onda termina, ma non c’era mai stata altra sostanza che l’oceano. È scrivendo quella frase che ho sentito Severino alle mie spalle. Perché lui questa cosa l’ha detta prima e meglio di me, con una radicalità che io non ho il coraggio di reggere: il nulla non c’è, l’annientamento è impensabile, e il divenire — il nascere e il perire — è la follia in cui l’Occidente è caduto. Su questo siamo dalla stessa parte della barricata più importante che esista: contro la morte intesa come ritorno al niente.
Eppure è proprio nella mia onda che la frattura si apre. Per me l’onda torna a essere oceano: il singolo si scioglie nella sostanza unica. Severino qui mi ferma di scatto, perché per lui l’onda è eterna come onda — questo gesto, questo volto, questa sera precisa, nella loro irripetibilità, non si dissolvono in nulla e in nessuno. L’Uno in cui io faccio rientrare il molteplice è, ai suoi occhi, il residuo neoplatonico, cioè la metafisica stessa che genera il nichilismo. Il mio oceano è il suo nemico. Io credo di salvare l’eternità sacrificando il singolo all’infinito; lui salva il singolo dichiarando eterno proprio ciò che io lascio sciogliere. E qui, lo riconosco, ha ragione lui: la mia immagine consolante nasconde una rinuncia all’irripetibilità della persona che è il cuore stesso della tradizione cristiana da cui vengo.
Ma è alla seconda frattura che divento irriducibile. Tutto ciò che ho scritto a San Martino è Dio: l’essere, il Logos, l’incarnazione, la grazia, lo Spirito. Severino è contro tutto questo, e non per ateismo — sarebbe troppo facile — ma per la ragione opposta e più tagliente: il Dio creatore è per lui il vertice del nichilismo. Perché creare dal nulla presuppone che l’ente, prima, fosse niente; e poter annientare presuppone che possa tornarvi. Il Dio che chiama all’essere è, nel suo pensiero, la massima volontà che le cose siano nulla. Quando io scrivo che siamo fatti della stessa sostanza di Dio, lui risponde che non esiste alcun Dio-sostanza: esistono solo gli eterni, che nessuno ha creato perché non erano mai stati niente.
E qui capisco perché non potrò seguirlo. Io vengo da Marion, ho fatto la mia tesi sull’essere che si dà, e tutto il mio pensiero vive nel registro del dono. A San Martino ho scritto che Dio non si impone ma si offre, che il Logos non comanda ma si dona, che la grazia è ciò che arriva senza essere guadagnato. Severino è il pensatore del destino della necessità: niente è contingente, niente poteva essere altrimenti, dunque niente è dono — perché il dono presuppone che potesse anche non essere dato, cioè presuppone ancora il nulla. La gratuità che per me è la cifra segreta dell’essere è per lui un’altra maschera del nichilismo. Io scelgo, consapevolmente, il dono. Non perché possa dimostrare che ha torto — la sua logica è più stretta della mia — ma perché un mondo dove anche l’amore è necessità è un mondo in cui non riconosco l’esperienza fatta davanti a quel pane spezzato.
Il luogo in cui ci ritroviamo, nonostante tutto, è uno solo, ed è decisivo: l’essere non muore, il nulla non c’è. Solo che lo abitiamo in due tonalità rovesciate. La sua è l’eternità senza Dio, anzi contro Dio. La mia è il Dio senza annientamento. Lui salva tutto rinunciando al dono; io salvo il dono rinunciando alla necessità. Ci siamo trovati sulla stessa soglia e ci siamo divisi su chi, o cosa, la tenga: lui dice la necessità, e non occorre altro; io dico l’amore, la relazione che abita la tensione senza risolverla.
Severino, ovunque tu sia adesso — o, per dirla con te, nel cerchio degli eterni da cui sei solo uscito dal mio apparire — io continuo a credere che l’onda torni all’oceano e che l’oceano abbia un volto. So che diresti che è l’ultimo travestimento della follia. Ma è davanti a quel volto che, ogni tanto, sotto il sole di maggio, riconosco di essere già a casa. Tu non avevi bisogno di tornare a casa, perché non te ne eri mai andato. Io sì. Ed è in questa differenza — tra chi non è mai partito e chi ha bisogno di tornare — che si gioca tutta la distanza, incolmabile e fraterna, tra il tuo eterno e il mio Dio.





