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C’è un momento, nella storia dei sistemi internazionali, in cui le regole smettono di funzionare ma nessuno ha ancora il coraggio — o la forza — di dichiararlo ufficialmente. Viviamo in quel momento. Le notizie dell’8 maggio 2026 non raccontano singole crisi: raccontano la dissoluzione silenziosa di un’architettura di ordine mondiale che ha retto, con fatica crescente, per ottant’anni.
Il caso iraniano è il più istruttivo, proprio perché il più grottesco. Gli Stati Uniti bombardano un porto iraniano e dichiarano che il cessate il fuoco regge. L’Iran lancia droni e missili contro gli Emirati e la tregua è intatta. Il blocco navale nello Stretto di Hormuz continua, e la pace è confermata. Siamo arrivati al punto in cui le parole hanno perso il loro referente: “cessate il fuoco” non significa più che si è smesso di sparare, ma che entrambe le parti trovano conveniente chiamare così quello che sta accadendo. È una menzogna consensuale, e come tutte le menzogne consensuali regge finché regge — cioè finché il costo di dire la verità supera il costo di fingere.
La CIA stima che l’Iran possa resistere al blocco per tre o quattro mesi. Tre o quattro mesi sono il vero orizzonte temporale di questa “pace”: non un accordo, non una soluzione, ma una dilazione. Washington guadagna tempo narrativo, Teheran guadagna tempo economico, i paesi del Golfo guadagnano tempo per non scegliere. Il Libano muore in silenzio sullo sfondo, con i suoi dodici morti quotidiani che non fanno più notizia perché sono diventati parte dell’arredamento.
La stessa logica della dilazione governa il fronte ucraino. Putin annuncia una tregua per il Giorno della Vittoria, valida quarantotto ore. La parata a Mosca non ha i carri armati — sono in Ucraina, o sono stati distrutti in Ucraina, e l’assenza dice più di qualsiasi discorso ufficiale sulla reale condizione dell’esercito russo. Un rapporto di intelligence europeo descrive un Cremlino che rafforza la sicurezza personale di Putin, preoccupato per complotti interni. La guerra che doveva durare tre giorni ha logorato non solo il fronte, ma l’interno stesso del sistema di potere che l’ha voluta.
Eppure l’Europa non riesce a capitalizzare questa debolezza. Si prepara a “possibili colloqui” con Putin — formula che tradisce tutta l’incertezza di chi vorrebbe un ruolo ma non sa ancora quale. La frustrazione delle cancellerie europee per i negoziati gestiti da Trump è reale, ma non si traduce in autonomia strategica perché quella autonomia richiederebbe scelte — di spesa, di rischio, di responsabilità — che i governi europei continuano a rimandare.
Trump intanto gestisce il mondo come un portafoglio di relazioni bilaterali, ciascuna con la propria scadenza e il proprio prezzo. Lula viene a Washington, dichiara ottimismo, torna a casa. Rubio va in Vaticano, stringe mani, sorride. All’Europa viene dato tempo fino al 4 luglio — data scelta non a caso, il giorno dell’indipendenza americana — per attuare l’accordo commerciale, altrimenti scattano i dazi. Cuba riceve nuove sanzioni. Iraq viene punito per aver aiutato l’Iran ad aggirare le precedenti sanzioni. Ogni mossa è autonoma, ogni relazione è transazionale, nessuna si inserisce in un disegno coerente perché il disegno non c’è — c’è solo la gestione quotidiana del vantaggio immediato.
Questo è il punto che le singole notizie non riescono a far vedere prese una per una: non siamo di fronte a una serie di crisi parallele che potrebbero essere risolte con la giusta combinazione di diplomazia e pressione. Siamo di fronte al funzionamento normale di un sistema internazionale che ha perso il suo principio ordinatore. Il multilateralismo non è in crisi: è già finito, e al suo posto non è arrivato nulla di strutturato — solo la somma disordinata degli egoismi nazionali, delle tregue nominali, delle transazioni bilaterali.
Leone XIV riceve Rubio in Vaticano in quello che viene descritto come un incontro “amichevole.” Il nuovo papa, eletto da poche settimane, viene già letto come il ritorno del pragmatismo dopo gli anni di Francesco. Forse. Ma il pragmatismo vaticano ha senso quando c’è un interlocutore con cui essere pragmatici — uno Stato, un sistema, un ordine con cui trattare. Quando l’interlocutore è il caos gestito, anche il pragmatismo più raffinato rischia di diventare complicità.
Il mondo dell’8 maggio 2026 non è in guerra mondiale. Ma non è nemmeno in pace. È in qualcosa di più difficile da nominare e da governare: un interregno in cui le vecchie regole non valgono più e le nuove non esistono ancora. Gramsci lo chiamava il tempo in cui i mostri appaiono. I mostri sono già apparsi. Stiamo ancora aspettando che qualcuno li chiami con il loro nome.





