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26 Aprile 2026
«Una lapide che unisce la comunità»
26 Aprile 2026di pierluigi piccini
C’è un paradosso al cuore di questa mostra. Una fortezza medievale — costruita per respingere, per difendere, per tenere lontano — che impara ad ascoltare. La Rocca Aldobrandesca di Piancastagnaio non cambia funzione: la rovescia. Era un luogo che osservava il territorio per proteggersi da esso. Oggi osserva il territorio per entrarci in dialogo. La pietra rimane la stessa. Cambia la direzione dello sguardo.
Il titolo dice tutto con una parola sola. Un mormorio non è silenzio e non è voce. È la zona di mezzo, quella soglia in cui si percepisce che qualcosa accade senza riuscire ad afferrarlo del tutto. Non è rumore, non è grido, non è dichiarazione. È il linguaggio prima che abbia deciso di diventare discorso. I quattro artisti in mostra — Francesca Banchelli, Francesco Carone, Rä di Martino, Namsal Siedlecki — lavorano esattamente lì, in quella zona di indecidibilità tra presenza e assenza, tra suono e materia, tra immagine e racconto che non si riconosce. Sono stati scelti non per affinità stilistica ma per una consonanza più profonda: tutti e quattro abitano la soglia, tutti e quattro resistono alla risoluzione.
Il percorso espositivo sale dalle prigioni sotterranee fino alla terrazza aperta sul Monte Amiata, e questa ascesa non è metafora decorativa: è l’opera stessa. Il corpo che sale porta con sé tutto il peso di ciò che ha attraversato — la pietra umida delle cantine, il buio dei corridoi, la luce che si apre gradualmente — finché lo sguardo non si libera sull’orizzonte. Carone accoglie il visitatore già all’esterno, con una corona posata su un cipresso — La Cornacchia — ponendo fin dall’inizio il problema del confine tra gesto umano e territorio, tra artificio e natura. Siedlecki introduce il suono come frequenza fisica, il mormorio non come metafora ma come vibrazione concreta del corpo nello spazio. Rä di Martino costruisce situazioni in cui immagine e narrazione si guardano senza riconoscersi, producendo uno straniamento che non è freddo ma febbricitante. Banchelli dipinge la tensione tra figurazione e dissoluzione, tra ciò che vuole prendere forma e ciò che preferisce restare irrisolto.
La Rocca non è uno sfondo. È parte dell’opera prima di tutto il resto. I curatori Mirco Marino e Antonella Nicola hanno capito che portare arte contemporanea in uno spazio simile non significa riempirlo di opere: significa ascoltarlo, trovare ciò che già vi abita, lasciare che le opere ne amplificino le frequenze latenti. Una fortezza medievale ha una sua voce — fatta di spessore murario, di luce che filtra dalle feritoie, di storia sedimentata nei pavimenti — e la mostra lavora con quella voce, non contro di essa. Il sottotitolo, Osservatorio, aggiunge un’ulteriore tensione: chi osserva chi? Gli artisti osservano il mondo, la Rocca osserva il territorio da secoli, i visitatori osservano le opere. Ma le opere, inevitabilmente, osservano i visitatori. E il Monte Amiata, là fuori, osserva tutto con quella pazienza geologica che rende ogni agitazione umana insieme provvisoria e preziosa.
Ciò che conta, alla fine, non è soltanto quello che si vede. È la qualità dell’attenzione che la mostra riesce a produrre in chi la percorre. Mormorii chiede lentezza — non perché sia ermetica, ma perché il mormorio si sente solo quando si smette di fare rumore. Quando ci si ferma. Quando si accetta che alcune cose non si lasciano afferrare ma soltanto sfiorare. In un’epoca in cui la comunicazione culturale urla per farsi sentire, questa mostra sussurra. Ed è esattamente per questo che vale la pena fermarsi ad ascoltare.
Osservatorio: Mormorii — Rocca Aldobrandesca, Piancastagnaio. Fino al 30 agosto 2026.





