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7 Giugno 2026Si vede solo da fuori
C’è una legge ottica che i tre incontri di questa settimana enunciano, ciascuno a suo modo, senza accordarsi: si vede soltanto ciò di cui non si è. Lo sguardo che appartiene non vede più, perché l’appartenenza è una pellicola che si posa sull’occhio e lo addomestica. Si chiama abitudine quando riguarda i giorni, si chiama patria quando riguarda i luoghi, si chiama vita quando riguarda i vivi; ed è sempre la stessa cosa, la provenienza che acceca chi non ne è uscito. Le cose si lasciano vedere solo da fuori.
Leila Guerriero dice di sperare di non perdere la capacità di stupirsi, ed è una frase che andrebbe letta come una disciplina più che come un augurio. Lo stupore — quello da cui si diceva, una volta, che cominciasse perfino il pensiero — non è uno stato d’animo, è una tecnica di estraneità. È l’arte di restare stranieri alla propria esperienza, di guardare ciò che si conosce a memoria come se vi si arrivasse per la prima volta. Chi racconta il mondo lo sa: il pericolo non è l’ignoranza, è la familiarità. Quando tutto ti diventa proprio, smetti di vederlo. Temere di perdere lo stupore significa temere di essere finalmente di casa, anestetizzati dall’appartenenza, padroni di una realtà che proprio per questo non ci dice più nulla. La cronista difende il diritto a non appartenere mai del tutto a ciò che osserva, nemmeno alla propria vita.
Robert Frank ne è la prova fotografica, e quasi la dimostrazione per assurdo. Uno svizzero attraversa l’America in automobile e la vede come nessun americano avrebbe potuto vederla: i jukebox, le strade vuote, i volti stanchi agli sportelli, la solitudine luccicante di un paese intero. Il segreto di quelle immagini non è la tecnica, è la posizione. Frank deve all’America esattamente niente, e per questo le strappa il ritratto più vero, quello che gli abitanti non riuscivano a darle perché ne erano dentro. È la conferma rovesciata di Guerriero: la verità di un luogo arriva da chi non ne proviene. E ora quelle fotografie si mostrano per la prima volta nella loro interezza, il che aggiunge un’ultima ironia — perfino l’opera diventata classica torna come qualcosa che non era mai stato visto fino in fondo, straniera a se stessa, ancora capace di sorprendere chi credeva di conoscerla.
Resta Siri Hustvedt, e con lei lo straniero assoluto. Al funerale di Paul sente la sua presenza, e dice che la guardava, per assicurarsi che stesse bene. È l’inversione più radicale dello sguardo: qui non è lei che vede l’altro, è l’altro che vede lei, e l’altro viene dall’unico luogo da cui nessuno proviene, da cui non si torna a certificare nulla. Il lutto è una forma di ottica. Trasforma l’assente nel più attento degli osservatori, fa dell’intimità di una vita la cosa più estranea che esista, e fa dell’estraneità della morte la cosa più intima. Essere guardati da chi non è più di qui: è lo stupore portato al suo punto estremo, quello in cui non siamo noi a guardare il mondo con occhi nuovi, ma è il mondo — o ciò che ne resta dopo una perdita — a guardarci come se ci scoprisse.
Tre modi dello stesso sguardo, allora, e tutti e tre sottratti all’appartenenza. Lo stupore, che rende stranieri alla propria esperienza. La fotografia, che rende stranieri alla propria nazione. Il lutto, che rende stranieri al confine stesso tra chi resta e chi se ne va. In ognuno la stessa rinuncia feconda: smettere di essere di qui per poter finalmente vedere. Passiamo la vita a costruirci una provenienza, una casa, una mappa di ciò che ci spetta, e il solo istante di verità è sempre quello in cui guardiamo, o veniamo guardati, da fuori — come stranieri arrivati or ora, che non sanno ancora nulla e proprio per questo vedono tutto. Si vede solo da fuori.





