
La tensione mistica di Caterina da Siena
19 Aprile 2026
Built For Comfort – Canned Heat
19 Aprile 2026SPETTATORI PER UNA SETTIMANA
NUOVO CINEMA MANCUSO
Filmare l’indottrinamento
Ognuno fa la sua parte. Anche un signor Nessuno può lottare contro Putin, dice il titolo di un documentario che ha cominciato la sua trionfale tournée al Sundance Film Festival per arrivare agli Oscar, il 15 marzo. Da giovedì scorso “Mr Nobody Against Putin” è al cinema Anteo di Milano, e in altre trenta città italiane. Imperdibile, trovate tutti i cinema su internet.
E’ un caso – piuttosto raro – di film militante che riesce a essere cinema davvero. Senza noia, senza ridondanze, senza proclami. Ha il suo messaggio ma nello stesso tempo ha il pregio di farci andare dove mai saremmo andati. La cittadina russa di Karabash, negli Urali, deprimente e con inquinamento da record per via della fonderia di rame – parole del regista e narratore Pavel Talankin detto Pasha, che a dispetto di tutto ama quell’angolo di terra. La scuola lo incarica di filmare le attività extra-scolastiche, lui si ritrova con la videocamera in mano quando i russi decidono l’operazione speciale contro l’Ucraina.
Si moltiplicano le bandiere – Pavel aveva esposto quella della pace, nella versione che non prevede l’arcobaleno, ma una sola striscia azzurra su fondo bianco. Inizia l’educazione patriottica. Bisogna far fuori i neonazisti, i radicali, i nazionalisti che stanno in Ucraina.
Pavel detto Pasha vive con la madre, prima della guerra cuciva costumi per gli spettacolini scolastici, che poi filmava. Dopo il 2022 gli tocca filmare i suoi allievi che imparano a marciare, nel giro di pochissimo hanno il basco rosso e il fazzoletto al collo. Pronti per la grande guerra patriottica contro il nemico ucraino. I mercenari della Wagner salgono in cattedra, a parlar di armi.
L’improvvisato regista ha lasciato la Russia, dopo aver mandato il materiale al co-regista David Borenstein attraverso un server criptato. Aveva un visto per sette giorni, non tornerà finché la situazione non cambia: i suoi 35 anni li ha compiuti a Los Angeles. Nel 2022 stava per dare le dimissioni. Poi ha cambiato idea, e visto che aveva la libertà di filmare ne ha fatto buon uso. Con altri piccoli interventi da guastatore: bandiere rovesciate a terra, inno americano cantato da Lady Gaga, la Z sulle finestre trasformata in una X.
“Mr Nobody Against Putin” mostra le tappe dell’indottrinamento. Il professore di storia russa pare un vampiro e ha come idolo Lavrentiy Beria, ministro degli affari interni sotto Stalin. Sostiene che i dissidenti vadano eliminati perché le divisioni politiche sono un pericolo per lo stato. I giovani partono per il fronte, la ragazze a scuola imparano a scrivere lettere ai soldati. E a cantare ai funerali.
Pavel Talankin viveva con la madre, nella sua cameretta aveva una libreria ben ordinata. Aveva qualcosa da dire, e l’ha detto benissimo.
LA DONNA PIÙ RICCA DEL MONDO
di Thierry Klifa, con Isabelle Huppert, Marina Foïs, Laurent Lafitte
Un
po’ di divertimento fa bene a tutte le età. Isabelle Huppert – vecchia per finta, sempre splendida, ma così funziona il cinema – è una ricchissima ereditiera. Il film è ispirato a Liliane Bettencourt, proprietaria della multinazionale L’Oréal – slogan: “perché io valgo”, deve averlo pensato lei nel tempo libero. Il caso arrivò in tribunale, dopi una faida tra mamma e figlia (l’attrice Marina Foïs). La signora madre, che a sguazzare in tanta ricchezza evidentemente si annoiava, si incapriccia di un fotografo gay. Nel film è Laurent Lafitte, 12 anni trascorsi alla Comédie Française, ora passa con disinvoltura dal cinema al teatro. Ha preso gusto al personaggio, e sta portando in scena a Parigi, diretto da Olivier Py, la sempreverde “Cage au folles”, con straordinario successo (per noi era “Il vizietto”). Trama liberamente ispirata, si dice in questi casi. Hanno cambiato anche il nome, ora si chiama Marianne e ha un marito che l’annoia. “Dei miei soldi faccio quel che voglio, e lui mi fa divertire”, spiega alla figlia – nonché erede – che non approva, preoccupata del patrimonio e per l’azienda. In effetti, i regali erano cospicui e gli assegni firmati pure, per non parlare della casa riarredata da cima a fondo, e le feste dove scorreva lo champagne. La figlia trascina la madre in tribunale, tutta la Francia ne parla, e il bel fotografo – un giullare ricompensato con un miliardo, si calcola – finisce in tribunale.
IL DELITTO DEL 3° PIANO
di Rémi Bezançon, con Laetitia Casta, Guillaume Gallienne, Gilles Lellouche
Pastiche hitchcockiano, se le due parole insieme non suonassero blasfeme. Il maestro britannico che si fece americano è molto al di sopra di qualsiasi imitazione. E dei tentativi di imitazione, come questo “Delitto del 3° piano”. Ma il regista Rémi Besançon non esagera con le pretese – dopo la sconsiderata superbia del progetto. Da “La finestra sul cortile” ricava una commedia domestica e amorosa. Con un suo garbo, i riferimenti e le citazioni al posto giusto. Rimane una coppia – Laetitia Casta e Gilles Lellouche – che spenti i primi ardori e ormai sul pericoloso crinale della noia domestica, guarda dalla finestra l’appartamento di fronte. Finestre a tutta parete, una bionda misteriosa, un marito che sembra avere qualcosa da nascondere, si aggira in maniera furtiva. Il marito della coppia annoiata scrive gialli ambientati nell’Ottocento e vive in pigiama. Lei insegna cinema all’università, massima studiosa di Alfred Hitchcock. Il vicino è uno scrittore e attore di teatro, con una passione per William Shakespeare, e la fortuna di una consorte che possiede un teatro. Litigano, al bar del teatro e poi in casa, sotto gli occhi dei ficcanaso dirimpetto. Si sono appena trasferiti, quindi invitano tutti a teatro per rompere il ghiaccio. Non c’è nulla che veramente non vada, a parte la prevedibilità per chi conosce l’originale, e in generale i film di Hitchcock. Il pastiche è esteso agli altri titoli, c’è anche la doccia di “Psycho”.
BENVENUTI IN CAMPAGNA
di Giambattista Avellino, con Maurizio Lastrico, Giulia Bevilacqua, Giorgio Colangeli
Ritorno
alla natura e alla vita in campagna. Salvo poi scoprire che le galline fanno le uova a capriccio loro, il mulino bianco tutto bello lustro esiste solo nella pubblicità, il riscaldamento in casa non è sufficiente per chi vorrebbe studiare. Maurizio Lastrico – nel film si chiama Gerry – è un ricercatore sotto concorso all’università. La moglie Giulia Bevilacqua – Ilaria – fa il vigile, per strada a dirigere il traffico. Non dormono, non fanno più l’amore – insomma, la sapete. Gli amici che in campagna già stanno consigliano zenzero e peperoncino per la bisogna. Complice la canzonetta di Nino Ferrer – “Felicità non sei in città”, viva “l’odore del fieno e un canto corale di mille cicale” – comprano un casolare e si trasferiscono. La trama è desolatamente già sentita, già filmata e priva di sorprese. Il vicino burbero, scarso di docce ma fondamentalmente buono, e capace di sbrigarsela in ogni occasione. Il vicino antipatico e contadino per finta. L’incontro-scontro con l’alveare. L’inno alla terra che – secondo lo sprovveduto consorte, dovrebbe preparare concorso e lezioni ma in casa non sembra esserci neppure un computer – “parla e bisogna ascoltarla”. Tutte cose già viste, per fortuna il ritmo va veloce lasciando da parte le sciocchezze più ovvie. Mentre il figlio Giulio fa pratica con “i fatti della vita” giù al ruscello, loro ne fanno un altro: una neonata che prende sonno soltanto in mezzo al traffico.
IL CASO 137
di Dominik Moll, con Léa Drucker, Yoann Blanc, Antonia Buresi, Guslagie Malanda, Laurent Bozzi
Figlio
di una francese e di un tedesco, nato in Germania, studi di cinema a Parigi e New York, ora cittadino francese, Dominik Moll si era fatto notare a Cannes con “Harry, un amico vero”. Aveva scelto lo sconosciuto attore catalano Sergi Lopez come protagonista, che da allora è ritornato agli antichi fasti solo con “Sirat” di Oliver Lake. “Hitchcockiano” per quel film forse era esagerato, ma certo era ben costruito e “di paura” senza bisogno di vampiri o mostri. Un uomo si spaccia come compagno di scuola della vittima, ma forse ha mentito per trarne vantaggio. E poi piazzare il colpo basso. Anche Dominik Moll si era un po’ perso, con film mal riusciti. Torna al massimo della bravura con questo “Il caso 137”. “One woman show” con al centro la strepitosa Léa Drucker, poliziotta dell’Ispettorato Generale della Polizia Nazionale: la “polizia delle polizie” che indaga sul comportamento degli agenti. Qui, il ferimento durante una manifestazione di un diciottenne colpito dal proiettile di un poliziotto, uno dei tanti mandati in piazza per placare le le rivolta dei gilet gialli, nel 2018. Secondo i calcoli balistici, a sparare sono stati due agenti in divisa. L’inchiesta svela che il ragazzo ferito, cresciuto in periferia, era andato alla manifestazione con la madre e la fidanzata. Nessuno di loro aveva mai visto la Tour Eiffel. Dominik Moll usa i filmati originali degli scontri, attento alle differenze di classe.





