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Le geometrie della vita
A Torino la prima mostra in Italia del grande fotografo cinese che ha raccontato la Hong Kong degli anni ’50 e ‘60 attraverso un bianco nero calibratissimo e ipnotico
testo di Francesca Orsi
Dall’11 settembre al 10 gennaio, a Palazzo Falletti di Barolo a Torino, una mostra a cura di Elisa Maupas e Sarah Van Ingelgom, organizzata da Ares in collaborazione
con Blue Lotus Gallery di Hong Kong, rende omaggio all’autore che ha fatto comprendere come la fotografia, nel dopoguerra, si estendesse anche oltre il dominio euro-americano. “Fan Ho. Il maestro della fotografia di Hong Kong”, la prima grande mostra dedicatagli in Italia, è un viaggio nella pancia della città, che si rivela nei gesti quotidiani dei suoi abitanti, nella loro profonda umanità espressiva, ma contemporaneamente anche nei dettagli geometrici della sua architettura urbana, nelle sue luci e ombre che la proiettano in una dimensione mentale. Nelle fotografie di Fan Ho, l’uomo, secondo un certo rigore compositivo, trova il suo spazio nelle linee di congiunzione della struttura urbana, facendo percepire la città come un organismo pulsante e vivo.
«Fan Ho occupa un posto particolare nella storia della fotografia perché riesce a conciliare diverse tradizioni contemporaneamente », raccontano le curatrici della mostra. «Viene spesso associato alla street photography della metà del XX secolo, eppure il suo approccio si differenzia in modo significativo da quello di molti suoi contemporanei occidentali. Come Henri Cartier-Bresson o Robert Doisneau, era sensibile al fascino della vita quotidiana e alla poesia dei momenti fugaci. Tuttavia, Fan Ho ha portato in strada un formalismo insolitamente rigoroso. Le sue immagini non sono puramente spontanee, ma altamente strutturate. Diagonali marcate, inquadrature geometriche, drammatici contrasti tra luce e ombra: questi elementi rivelano una sensibilità radicata tanto nella composizione quanto nell’osservazione, coniugando la tradizione umanista della street photography a un modernismo più astratto. Ciò che rende la sua posizione particolarmente importante è il fatto che abbia sviluppato questo linguaggio visivo nella Hong Kong del dopoguerra, un crocevia tra il patrimonio culturale cinese e il modernismo occidentale».
Hong Kong, negli anni ’50, è una città che ancora non ha le fattezze della grande metropoli e della città nevralgica quale è ora; è al crocevia tra il suo futuro e il suo passato, fatto di tradizione e ritmi dilatati. Ed è questa complessità che Fan Ho riesce a cogliere, introiettando nelle sue immagini le anime divergenti di una città che sta cambiando. «L’opera di Fan Ho – continua Elisa Maupas – restituisce una visione poetica, intima e profondamente suggestiva di una città ricca di contrasti, al ritmo scandito dai rituali quotidiani dei suoi abitanti. Fotografa vicoli, scale, tetti, mercati, moli e caseggiati affollati, gli spazi in cui si svolgeva la vita di tutti i giorni. La sua Hong Kong è piena di lavoratori portuali, venditori ambulanti, bambini che giocano, figure solitarie che attraversano stretti passaggi. L’architettura spesso si erge imponente, mentre le figure umane
appaiono piccole – stagliate in fasci di luce o parzialmente oscurate dall’ombra. Ciò crea un senso di riflessione esistenziale: l’individuo che si muove nell’immensità dell’ambiente urbano. Eppure, non c’è mai durezza nel suo sguardo. Le sue immagini sono intrise di tenerezza e dignità. Fan Ho riesce a trasmettere il forte senso di transizione che la città attraversava nel periodo successivo alla guerra e prima che la città diventasse un centro finanziario globale. La Hong Kong degli anni ’50 e ’60 era un luogo sospeso tra due mondi: accoglieva ondate di migran-ti dalla Cina continentale e, nonostante la rapida industrializzazione, era ancora profondamente radicato nella cultura tradizionale cinese. Nelle sue immagini si avverte la tensione tra vecchio e nuovo, tra Oriente e Occidente. L’architettura moderna di stampo coloniale sorge accanto ai mercati tradizionali; barche di legno alla deriva assistono all’incontro tra una giunca cinese e una portaerei britannica. La città si sta modernizzando, ma non ha ancora perso i suoi ritmi di un tempo. E pur fungendo da potenti testimonianze di un passato scomparso, le sue fotografie ci appaiono sospese nel tempo perché ci parlano di esperienze universali di cambiamento, migrazione e ricerca di un’identità collettiva».
Le fotografie di Fan Ho, acquisiscono, quindi, il ruolo di metafora esistenziale, espressione del mondo esterno, ma anche di quello che scorre invisibile, traducendo le emozioni in immagini. L’attenzione compositiva e formale è il fondamento della sua idea di fotografia, unitamente al cinema, un’altra sua grande passione a cui si dedicherà in seguito come attore e regista interrompendo la sua produzione fotografica. Come spiega Sarah Van Ingelgom, Fan Ho «spesso sceglieva per prima cosa l’impostazione della scena, e poi attendeva pazientemente che una singola figura vi si affacciasse, entrando in uno spazio composto con precisione. La presenza umana diventava la nota emotiva all’interno di un’architettura visiva orchestrata con grande accuratezza. Nel suo lavoro, la geometria quindi non si oppone al sentimento, ma lo intensifica. La composizione rigorosa crea chiarezza e tensione, permettendo all’atmosfera emotiva – solitudine, contemplazione, resilienza – di risuonare con maggiore forza».
Fan Ho era solito dire: «Ogni foto offre una piccola finestra attraverso la quale si vede e si prova ciò che il fotografo ha visto e provato». Tramite questo processo di specchi psicoemotivi l’autore entrava in contatto non solo con il suo soggetto, con quell’Hong Kong che tanto lo attraeva, ma anche con chi guardava quella sua interpretazione. Le sue immagini, allora, sono un dialogo a tre, dove la materia umana riunisce tutto e tutti, secondo una struttura rigorosa e consapevolmente calibrata.
“Fan Ho. Il maestro della fotografia di Hong Kong”, a cura di Elisa Maupas e Sarah Van Ingelgom. Torino, Palazzo Falletti di Barolo. Dall’11 settembre al 10 gennaio. Catalogo Cimorelli Editore. Info: arestorino.it





