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8 Marzo 2026Alla ricerca del testo perduto/1 Poesie appassionate, cerebrali, esigenti…
Ogni anno, fra luglio e agosto, passo un po’ di giorni a Bloomsbury, uno dei pochi quartieri ancora vivibili del centro di Londra. Per abitudine, faccio il giro delle librerie di prima e seconda mano: i quattro piani neogotici del Waterstones di Gower Street, lo scantinato di Skoob Books sotto ai terrazzamenti brutalisti del Brunswick Centre. Venticinque anni fa cercavo tutta la poesia inglese del secondo Novecento, ora vado a caccia di una sola preda: le raccolte poetiche pubblicate da Charles Tomlinson (1927-2015) fra gli anni Cinquanta e Settanta. Era un poeta inglese eccentrico, Tomlinson, aveva cominciato a pubblicare quando nel clima di ripiegamento post-bellico si imponevano i versi aneddotici e insulari di Philip Larkin. Per indole e per scelta, il poeta di Stoke-on-Trent, guardava invece all’America e al modernismo letterario. Se Larkin si vedeva come nipote di Thomas Hardy, lui si immaginava figlio di William Carlos Williams. Se Larkin cantava malinconicamente le ferie degli inglesi e le chiese di campagna, lui scriveva con precisione semantica e sintattica di luoghi esotici e compositori atonali. Artista visivo oltre che scrittore, Tomlinson era alla ricerca di modi per raccontare il rapporto fra occhio e oggetto, il continuo slittamento della cosa vista nell’atto dinamico del vedere.
La sua poesia più rappresentativa rimane forse Swimming Chenango Lake (A nuoto sul lago Chenango), del 1969, fatto di quarantasette versi perlopiù confluenti l’uno nell’altro, in cui la persona natatoria del poeta «legge le esitazioni autunnali dell’acqua … perché nuotare è anche afferrare/ il significato dell’acqua, muoversi nel suo abbraccio/ ed essere, fra afferrato e afferrare, liberi». Quella di Tomlinson è una scrittura tenacemente analitica, finalizzata a catturare acqua e luce, e a mostrare il modo in cui acqua e luce catturano l’occhio. Appassionate e cerebrali, difficili, esigenti; incrementali, avare di singoli versi memorabili; piane nel linguaggio ma per niente confidenziali: queste poesie sembrano fatte apposta per respingere il pubblico letterario in generale, e in particolare quello britannico, che privilegia da sempre autori più apocalittici, scrittrici e scrittori più colloquiali (Ted Hughes, Andrew Motion, Carol Ann Duffy e Simon Armitage, per esempio, ovvero gli ultimi quattro «poeti laureati» della Corona).
Tomlinson era molto più apprezzato all’estero, soprattutto negli Stati Uniti e nel nostro paese. In Italia aveva ricevuto premi e attenzione critica, e in italiano era stato tradotto a più riprese. Proprio a un convegno organizzato nel 1999 a Macerata da Marco Fazzini, avevo avuto modo di conoscerlo di persona, e di iniziare con lui un piccolo scambio epistolare. Gli avevo scritto per ottenere l’autorizzazione a pubblicare una scelta di versi su «Poesia» (n. 133); lui da subito aveva spostato il terreno, raccontandomi dei suoi problemi di salute e del suo terrore di perdere, di tutti i sensi, proprio la vista. Il carteggio, se si può abusare del termine per un rapporto così breve fra persone così distanti in tutto, era terminato nel 2003. Degli ultimi anni di vita, della cecità e della morte, ho poi imparato dai necrologi.Il mio interesse per la prima produzione di Charles Tomlinson è dunque motivato non solo dalla ricerca dei suoi libri, ma dal ricordo di me, giovane dottorando italiano, con le mie ansie e le mie illusioni. Ma non è tutto: Tomlinson non è l’unico poeta che ho conosciuto in quegli anni; i libri che sono riuscito a trovare non sono feticci a tutela della mia nostalgia autobiografica.
Quei volumetti un po’ sbiaditi sono soprattutto raccolte di testi che testimoniano di una nostalgia più generale: quella per un’epoca in cui il testo scritto era ancora al centro dell’esperienza culturale. Tomlinson è il personaggio perfetto per incarnare quella nostalgia. Sul piano personale era del tutto ordinario: non particolarmente bello, non particolarmente brutto, né alto e prestante né basso e grasso. Vestiva in modo elegante ma generico, da accademico che non vuol farsi notare. Non faceva parte di nessuna minoranza discriminata. Era di famiglia working class ma non faceva della sua origine una bandiera. Nella conversazione personale non diceva cose sorprendenti o illuminanti. L’unica qualità straordinaria di Charles Tomlinson era il modo in cui scriveva, la sua capacità di fissare certi aspetti del mondo e della mente umana con versi memorabili.
In una poesia del 1981, The Flood, racconta un’invasione fluviale nella sua casa del Gloucestershire. Comincia così: «Fu la notte dell’inondazione a portar via / la mia fiducia nella pietra». La persona del poeta mette sacchi di terriccio alle porte, scava canali di scolo, ma non c’è niente da fare: l’acqua risparmia le porte, però comincia a entrare a fiotti fra le pietre che il padrone di casa aveva creduto così solide. E la mattina, dopo l’affanno e la paura, il poeta si alza e scende le scale. Invece di valutare lucidamente i danni si fa prendere dalla meraviglia per lo spettacolo della luce e dell’acqua, e chiama la moglie perché possa vederlo anche lei: «Sembrava una follia / fermarsi a magnificare lo scintillìo / ma lo feci, e ti chiamai / per condividere questa vertigine di raggi di sole ovunque, / come se tutte le superfici fossero costrette a ondeggiare / e la pietra fosse malleabile come argilla». La cultura focalizzata sul testo avrà pure i suoi limiti, ma un mondo che usa i testi solo come didascalie perde molto. Si legge anche sperando di trovare, in romanzi, saggi, poesie,l’espressione di quel che abbiamo visto e provato, e che non sapremmo dire altrettanto bene. Charles Tomlinson ha scritto versi che assolvono a questo compito, eppure rischia di scomparire dal canone della poesia britannica.





