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Ruth Franklin, sul New Yorker, analizza tre romanzi recenti che reimmaginano la vita di Mary Shelley e la sua opera più celebre, esplorando le possibili letture queer di Frankenstein.
Il contesto critico
Frankenstein (1818) è da tempo riconosciuto come testo fondativo non solo della fantascienza, ma anche della letteratura femminile. La critica ha evidenziato come il romanzo possa essere letto come una fantasia di riproduzione senza donne, e come il terrore di Victor davanti alla sua creatura ricordi il “panico omosessuale” tipico dell’Inghilterra vittoriana, dove i rapporti tra uomini erano criminalizzati.
I tre romanzi
- Anne Eekhout, Mary and the Birth of Frankenstein — Reimmagina l’intensa amicizia adolescenziale tra Mary e Isabella Baxter come un legame romantico e sessuale, suggerendo che questa relazione sia la vera radice emotiva del mostro di Frankenstein.
- C. E. McGill, Our Hideous Progeny — Ambientato dopo il romanzo originale, la protagonista è una discendente di Victor Frankenstein, una “Victoria Frankenstein” che, a differenza del suo antenato, si prende cura della creatura che anima. Il libro riflette sulle esclusioni di genere e sull’alterità.
- Louisa Hall, Reproduction — Autofiction che intreccia la scrittura di Frankenstein con le esperienze traumatiche della gravidanza, trasformando il romanzo in una parabola sull’America contemporanea: cambiamento climatico, restrizioni all’aborto, pandemia.
Il filo comune
Tutti e tre i libri interrogano il confine tra naturale e innaturale, normale e mostruoso, rivendicando la mostruosità come categoria liberatoria. Come scrive McGill: “Saremo mostri, tu ed io” — rivolgendosi a donne queer, trans, e a chiunque viva ai margini delle norme sociali.
Franklin conclude che Frankenstein continua ad abitarci perché la creatura siamo noi stessi: l’espressione dei nostri desideri proibiti e delle nostre paure più profonde — l’abbandono, l’isolamento, l’essere inamabili.
Sonnet 4.6





